Non vi fu nè indugio nè quiete, volendo il Franzese usare l'impressione prodotta dalla vittoria. Marciò sopra Leuto velocemente, e il prese non ostante che i Paolisti acremente gliene contrastassero l'acquisto. I soldati spediti e presti di de Vaux pervennero fino a Pontenuovo.
Non era compita la prosperità, se non isloggiava il nemico dalla foce di san Giacomo, perciocchè questo passo situato fra mezzo le cime del monte Tenda signoreggia dall'alto la Pietralba e la valle d'Ostriconi, ed è stimato la chiave della provincia di Balagna. I Corsi, che conoscevano l'importanza di quel sito, con ogni estremo sforzo il difesero, nè cessero se non quando, ingrossati oltre misura i Franzesi sopravanzarono talmente di forze, che non più coraggio, ma temerità, anzi follia sarebbe stato il più lungamente contrapporsi.
I vincitori già si scagliavano correndo contro Sorio e San Pietro, quando uno scoppiar d'archibusi ed un fischiar di palle, che d'ogni intorno dalle rocce e dai boschi uscivano, li fece accorti che i Corsi avevano ripreso animo e voleano ricuperare quella fatale bocca di San Giacomo. Ma i Franzesi con tanta forza si spinsero innanzi, che, rendendo vano lo sforzo del nemico, se la conservarono.
Non erano ancora al fine delle loro fatiche in questa parte, perchè i tenaci isolani si raccozzarono novellamente in numero di tre mila, e assaltarono, sempre a quell'importante sito accennando, con incredibile vigoria i Franzesi, cui in quel luogo reggeva il signore Durand d'Ogny. I fieri seguaci della testa di Moro si vedevano con mirabile intrepidezza salire le ripide balze esposti al furioso bersaglio del nemico, e noiati massimaniente dalle artiglierie che gl'imberciavano, e ad ogni momento squarciavano e straziavano le membra loro. Non timore, non esitazione mostrarono: superate le più ardue ripe, s'aggrappavano alle radici delle trincee franzesi, e si affaticavano di salirvi sopra: la rabbia loro era immensa; appiè delle trincee sorgevano monti dei loro corpi estinti. D'Ogny ostava tuttavolta con tutto il valore e tutta l'arte d'un ottimo guerriero, ma sarebbe in fine dalla furia corsa rimasto sforzato, se Arcambal, e Viomenil, e Boufflers, e Campenne non fossero accorsi a prestissimi passi da San Nicolao e da altri luoghi circostanti per aiutarlo. Tanti rinforzi ed un furioso urto dettero perduta la speranza ai Corsi di poter espugnare quel sito, e gli sforzarono finalmente a dare indietro non senza maraviglia da' Franzesi stessi concetta dell'estrema bravura degl'isolani.
Fu questo uno dei più grossi cimenti a cui vennero nimichevolmente fra di loro l'armi franzesi e corse. Ma uno più feroce ancora si apprestava da cui pendeva la terminazione del litigio ed il destino dell'isola. Paoli, che ancora era potente in sui campi, s'era ritirato in Bostino, dove col vivido pensiero andava immaginando modo di far risorgere la fortuna che inclinava. Vennero chiamati di suo ordine sotto la condotta del Saliceti ad unirsi con lui mille buoni soldati di quelli che, non avendo potuto ostare in Casinca a Marbeuf, s'erano tirati indietro verso il monte Sant'Angelo e Sant'Antonio della Casabianca; e stimando che fosse meglio assalire che l'essere assalito, sboccò per Ponte Nuovo, varcando alla sinistra del Golo, e con quante genti aveva potuto congregare s'ingegnava di allargarsi a destra ed a sinistra. Suo divisamento era di arrampicarsi su per le balze che ivi costeggiano il fiume, e guadagnare le cime dei monti che, continuandosi ed innalzandosi verso Lento, aggiungono più su a Costa ed a Canavaggia, e sono attinenti al monte Tenda ed alla bocca di San Giacomo. Pericoloso riusciva il pensiero pei Franzesi, attesochè, se Paoli avesse ottenuto l'intento, gli avrebbe da quella bocca cacciati, ed acquistato facoltà di tagliar fuori la loro ala destra, e, per conseguenza, di ferirli per fianco.
Già era sulle alture pervenuto, già arditissimamente combattendo aveva superato Lento, e battendo s'incamminava alla volta di San Nicolao e di Murato superiore. Se altra colonna da lui mandata ad assalire Canavaggia avesse incontrato il medesimo successo, il suo accorto pensiero avrebbe avuto effetto; ma essendosi il nemico fatto forte in Canavaggia, i Corsi da questa parte si sforzarono indarno.
Questo fatto di Canavaggia diede la guerra perduta ai Corsi. Là cadde la fortuna di Corsica, là tutte le fatiche di Paoli diventarono vane, e là franzese la Corsica divenne.
I Franzesi l'aura che spirava favorevole a piene vele ricevendo, si calarono precipitosamente da Canavaggia, e occuparono Pontenuovo, insigne scaltrimento di guerra. Caso fatale ai miseri Corsi fu questo, perciocchè gli scesi da Canavaggia investirono sul sinistro fianco coloro che con Paoli s'erano condotti a Lento, ed intieramente gli sbaragliarono e sbarattarono. Tanto più grave fu lo scompiglio e la fuga, che sparse fra di loro la spaventosa voce, ed era vera, che Pontenuovo era in poter del nemico, e che più niuno scampo restava a chi combatteva sulla sinistra del male avventuroso fiume. Paoli, che aveva munito di qualche fortificazione la testa del ponte sulla destra, arrivato fra mille e varii pericoli sul luogo, tentò bene di racquistarlo, ma fu sbattuto da quel suo sforzo, e gli venne fallito il pensiero. I Corsi assaliti inaspettatamente sul fianco ed alle spalle, non sostenuta la impressione del nemico si precipitarono verso il ponte per ripassarlo; ma, invece del varco aperto, il trovarono chiuso, ed i Franzesi che con le baionette in canna li trafiggevano. Miserabile fu quell'orrendo mescolamento, miserabile lo scempio fatto degli scompigliati: i più furono morti, non pochi si annegarono nel fiume, avendo tentato di scampare per questa via dall'empito della Francia vincitrice; alcuni tra sani e feriti si nascosero fuggendo nei boschi, fra le roccie e per le folte macchie. Quattro mesi dopo il ferale evento si vedevano ancora le gocce del sangue rappreso sul funesto ponte; scoprivansi qua e là per le campagne Corsi morti di ferite, e che meglio avevano amato perire abbandonati dagli uomini e dalla fortuna che ricorrere per salute ad un nemico che tanto detestavano. Quattro specialmente di questi miseri e forti guerrieri furono sopra una deserta roccia trovati tutti sanguinosi e morti in atto di tenersi strettamente abbracciati, atto certamente preso a posta per dare insieme l'ultimo sospiro e l'ultimo respiro alla perduta patria.
Nel tempo stesso che queste cose succedevano nel mezzo, Marbeuf, varcato coll'ala sinistra il Golo, sottometteva tutta la Casinca, ed Arcambal sulla destra conquistava la Balagna.
In mezzo a tanta ruina, Paoli, lasciato il fratello Clemente a Morosaglia, perchè quanto potesse ritardasse l'impeto, si ridusse vicino a Corte, dove tentava di raccorre e riordinare i pochi avanzi delle sue sconfitte genti; nuovi aiuti eziandio per sua possa convocando. Ma de Vaux, che non voleva temporeggiare quella fortuna, ma piuttosto colla celerità del tutto domarla, venne avanti precipitoso, ed, appressatosi a Clemente, il cacciò di Morosaglia, e cacciò eziandio Pasquale da Corte; laonde questa famosa metropoli venuta in mano altrui, il castello solo resistette, ma per pochi giorni, e quegli aspri monti tutto all'intorno di forestieri suoni echeggiavano. Paoli, più ancora doloroso che scoraggiato, si ritirò di Vivario.