De Vaux, che aveva saputo vincere, seppe ancora usare bene la vittoria. Per tirare a sua voglia i renitenti, usò bene le parole, usò bene i fatti. Con quelle, mandate fuora per un bando pubblico, minacciò con castighi, allettò coi perdoni col fine di rompere qualche testa di resistenti, se ancora alcuna ve ne rimanesse.
Queste minacce contro chi ancora alla fortuna di Francia resistere volesse, le lusinghe a chi si arrendesse, giunte alla fatale rotta di Pontenuovo, operarono sì che i popoli cominciarono a mancare della prima caldezza; e vedendo di non poter più fare alcuna cosa buona, si misero a fare tumultuazioni in ogni luogo, protestando di volere conformarsi ai desiderii di chi più poteva, e di cercar ricovero nel grembo della Francia. Molti correvano alle stanze dei generali franzesi, certificandoli della loro sommissione ed obbedienza; altri, più oltre procedendo, e combattendo coll'armi in mano i loro cittadini, crescevano potenza a chi già tanta ne aveva e per sè medesimo e per la vittoria acquistata. Così gli odii domestici si aggiungevano agli esterni, e la civil guerra alla forestiera.
In mezzo a tanta desolazione, e ricevuta una così spaventevole ruina, i Corsi fecero ancora qualche resistenza nell'Oltramonti, principalmente nella provincia di Vico e nella Conarca; ma il conte di Narbona, accorrendo con sufficienti forze, dissolvette quel gruppo, e le provincie soprannominate, come anche quella di Aiaccio, ridusse a devozione. Nel Cismonti de Vaux stesso personalmente si avanzava vincendo. Fece sua la provincia d'Alesin, e già s'incamminava a Portovecchio, non solamente per sottomettere il paese, ma ancora, e principalmente, per intraprendere Paoli e gli altri Corsi fuggitivi, essendogli pervenuto avviso, che fossero per imbarcarsi in quel porto per far vela verso la Toscana.
Desiderava Paoli di far prova di sostenere la fortuna cadente con mostrare il viso, facendosi forte nelle due streme provincie d'Istria e della Rocca. Ma non trovando nelle popolazioni volontà conforme a' suoi desiderii, e giunta essendo la piena franzese sino a Bonifazio, ultima parte dell'isola che di poco spazio dalla Sardegna si disgiunge; la Corsica fu di Luigi.
Paoli ed i suoi compagni, poichè si videro perduti e la patria sommessa, nè sperando nè volendo i perdoni e le grazie, presero consiglio di concorrere tutti a Portovecchio, dov'erano due navi inglesi, una per disegno offerta a Paoli ad ogni futuro accidente da un virtuoso inglese per nome Smith, l'altra a caso, che portato aveva molti ufficiali corsi, i quali erano venuti offrendo ingegno e mano in quell'ultimo bisogno alla patria cadente.
Queste due navi furono opportuno sussidio ai Corsi che all'esilio andavano. Ma non era senza pericolo l'impresa dello scampare. Due sciabecchi franzesi stanziavano alla bocca del porto, facendo le viste di voler trattenere ogni nave o navicella che uscisse. Tutti principalmente gelosi di salvare Paoli, l'Inglese generoso non aveva pace se prima non lo salvava. La necessità ed i pii desiderii aguzzano l'intelletto: gli amici dell'andantesi capitano trovarono modo di adattarlo in una cassa, che collocarono in fondo della sentina, come se merci contenesse. Paoli in sentina e in cassa fu un tremendo caso.
La mattina del 15 giugno questa nave salpò da Portovecchio, lo strano e prezioso carico con sè portando, e quelle luttuose terre abbandonando. Riconobbero i Franzesi il legno, e in ogni canto il frugarono. Qual cuore fosse allora di Paoli e dell'Inglese che a sua salute intendeva, ognuno il comprenderà; ma, non avendo avverato che vi fosse il cercato Corso, nè trovatasi alcuna cosa sospetta, nol molestarono e lo lasciarono andare.
L'altra nave, che non fu da' Franzesi investigata, portò via Clemente Paoli, Giulio Serpentini, Giancarlo Saliceti, Nicodemo Pasqualini, conte Gentili, Carlofrancesco Giafferri, Carlo Raffaelli, Francesco Petrignani, con molti altri uffiziali, preti, religiosi e pochi soldati; in tutti sommavano al numero di trecento quaranta.
Esuli arrivarono a Livorno, ma ve gli accolse la pietà e l'ammirazione. Guardavano principalmente Paoli, e vedutolo e trattatolo così benigno, si maravigliavano come in lui annidasse così prode guerriero; e bene ora comprendevano come egli avesse voluto e quasi potuto dirozzare una nazione ancora rozza, e addottrinarla ignara.
Mancando per avverso destino a Paoli gli applausi de' suoi concittadini in patria, gli abbondavano in Italia quelli dei Toscani, degl'Inglesi, anzi de' Franzesi stessi. Andò dal cavaliere Dick, console d'Inghilterra a Livorno, il quale a grande onore l'accolse, e l'aiutò d'ogni più lieto ed utile servigio. Partitosi quindi e pervenuto a Firenze, fece riverenza al granduca Pietro Leopoldo, da cui molto fu ed accarezzato ed onorato, e gli promise ed accertollo, che la sua Toscana gli sarebbe sempre amico e sicuro ricovero tanto a lui quanto a tutti coloro che sopravvivendo all'eccidio della patria, sarebbero venuti a cercarvi pace, riposo e sicurezza.