Paoli partissi, e se ne andò a Londra, non senza però aver prima lasciato, sugli avanzi dell'andata fortuna e su altre rimesse che aspettava da Inghilterra, un assegnamento sufficiente a favore dei suoi compagni che in Toscana aveano fermato le stanze, facendone soprantendente suo fratello Clemente.

Terminata la conquista, e ricomposta tutta l'isola all'obbedienza di Francia, il generale de Vaux ne partì, lasciandovi Marbeuf, a cui il re Luigi, dandogli il titolo di commissario regio, aveva commesso la cura di quietare gli umori, comporre le faccende civili ed ordinare il governo in quella nuova possessione.

La Francia, divenuta arbitra della isola, per conciliarsi gli animi e tenere in fede quella nazione volubile, guerriera, e che malissimo volentieri pativa la servitù, die' principio ad accarezzarla. Sapeva che una delle principali cagioni per cui gli uomini di maggiori qualità, che poi tirarono con sè i popoli, avevano concetto tanto mal umore contro Genova, si era, ch'essa non aveva mai voluto riconoscere in Corsica una nobiltà, se non al modo ch'essa l'intendeva, e non come i magnati corsi la desideravano, essendo a questi paruto che la repubblica volesse una nobiltà di grado troppo inferiore alla sua. Per la qual cosa uno de' primi pensieri di Marbeuf, affinchè i Corsi ricevessero più volentieri l'imperio di Francia, fu quello di pubblicare un editto del re, per cui si statuiva che sarebbe in Corsica una nobiltà, e si numeravano le pruove che occorreva di fare a ciascuno che di lei voleva essere parte, e vago si dimostrava di essere donato della gentilizia. Presentarono i titoli, e le principali famiglie furono ascritte a nobiltà; soli esclusi i discendenti di Michelangelo, Gianantonio e Francesco Ornano, che avevano a tradimento ucciso il tanto amato Sampiero; esclusione richiesta da tutti gli altri che alla nobiltà aspiravano, e che lor fece altissimo onore.

Murbeuf, a termini delle lettere regie, convocò in Bastia pel 25 settembre 1770 l'assemblea della nazione. Volle il re che tanto in questa, quanto in quelle assemblee che in avvenire convocherebbe o permetterebbe, intervenissero i deputati divisi in tre ordini o stati, quello della Chiesa colla prima preminenza, quello della nobiltà colla seconda, e quello del terzo stato nell'ultimo luogo. Volle eziandio ed ordinò che i deputati ecclesiastici, oltre i vescovi, gli eletti de' capitoli ed i provinciali degli ordini religiosi de' serviti, degli osservanti, de' riformati, dei cappuccini, de' domenicani, de' missionarii, fossero eletti da pievani raccolti in assemblea di ciascuna provincia; que' della nobiltà in simili assemblee da' nobili, e que' del terzo stato pure in simili assemblee da' podestà e padri de' comuni.

Diremo qui, per non dirlo altrove, che i deputati congregati in parlamento il giorno predestinato udirono primieramente gratissime parole da Marbeuf, enumerando i benefizii che intendeva di fare, sì che i Corsi, solo che il volessero, pervenire potevano a qualunque maggiore grado di felicità e di dignità, di cui le più nobili nazioni si vantano, e pregando ed ammonendo adunque che cessassero gli odi e le divisioni, e pensassero e considerassero che non più piccoli isolani da tutto il mondo segregati, ma erano parte d'un tutto, grande, possente, glorioso: e terminava che assai si rallegrerebbe e nel cuor suo godrebbe, se innanzi al re Luigi dire potesse: «I Corsi la corona di Francia amano, ed al benigno loro signore grati e riconoscenti sono.»

Quando Marbeuf ebbe posto fine al suo discorso, i Corsi giurarono in nome del re. Toccando gli Evangeli, giurarono di essere bene e fedelmente sottomessi al re di Francia, di riconoscersi per suoi veri e legittimi sudditi, di non mai portar l'armi contro il suo servizio, di non ricevere nè doni nè pensioni di alcun altro principe e potenza nemica del re, di rivelare quanto a cognizione loro venisse contro del servizio regio, di obbedire a chi mandasse per reggere ed amministrare l'isola.

Seguitarono gli statuti, regolaronsi prudentemente le faccende economiche, giudiziali, militari, ecclesiastiche, queste ultime per quanto riguardava la giurisdizione rispetto alla potestà temporale. Nè fu posta in dimenticanza l'università di Corte, fondata da Paoli, di cui la consulta domandò la conservazione. Si udirono poscia le domande delle province, delle pievi, de' comuni, savie per la maggior parte e tutte amorevolmente udite. Addomandarono specialmente che fosse permesso di stendere gli atti in italiano, e di procedere avanti i tribunali nella medesima lingua materna e naturale dell'isola. Fu risposto che quanto al presente il facessero pure, ma desiderare il re che la lingua franzese divenisse famigliare ai Corsi, com'era agli altri sudditi, e la consulta ne prescrivesse il termine.

Intanto i nuovi signori munirono di nuove fortificazioni Calvi e Bastia, acciocchè i Corsi, avendole come un freno in bocca, non si rimutassero d'animo, e non potessero più ravvolgersi, come pel passato, fra i tumulti e le rivoluzioni.

Le cose si avviarono in ogni luogo alla franzese; e in questa guisa finì la iliade della Corsica.

In quest'anno, la notte tra il 2 e il 3 febbraio, passò da questa vita agli eterni riposi Clemente XIII. Era questo pontefice fornito delle doti più degne della tiara; intenzioni pure, una pietà sincera, una carità ardente, i primi anni del suo pontificato non sono soggetti a rimproveri nè indegni d'encomio; e se a questi non corrisposero pienamente gli ultimi suoi anni, coloro che si fecero a biasimarlo attribuiscono la variazione della sua condotta a' consiglieri differenti che lo diressero.