A questo modo gareggiavano fra di loro e si davano l'un l'altro molte brighe la corte Romana ed il duca di Parma; ma nissun di loro si dipartì dalle prese risoluzioni, e tanta fu la prudenza del governo del principe secolare, che nissun grave inconveniente nacque nel ducato per l'interdetto messo sopra gli esecutori della sua volontà, nè pure originandosi quelle turbazioni di alcuni ordini religiosi che parte contristarono, parte sdegnarono Venezia ai tempi del suo interdetto.
Con tanta maggior franchezza il duca procedeva in questa bisogna che le altre corti borboniche, le quali per un trattato del 1761, che chiamarono il patto di famiglia, s'erano fra di loro collegate ad ogni bene e ad ogni male, ed a conformità, anzi unità di consigli, avevano preso focosamente a favorirlo. In fatti, non così tosto il monitorio del papa era pervenuto a loro notizia, non si contentarono di sopprimerlo ne' loro Stati, ma richiesero fortemente il papa della sua rivocazione, la quale non avendo potuto ottenere, vennero finalmente a determinazioni più rigorose e più efficaci. Il re di Francia, come si è già detto al finire dell'anno precedente, fece occupare da' suoi soldati, condotti dal marchese di Rochechouart, la città di Avignone ed il contado Venosino; poi mandò commissarii del parlamento di Provenza a prenderne possessione in suo nome, e ricevere il giuramento di fedeltà, come di paese già annesso alla sua corona, dai consoli, sindaci ed abitanti. Dal canto suo il re di Napoli pose le mani addosso nel medesimo modo a Benevento, mandandovi soldatesche e commissarii, e diceva che Benevento era suo, come il re Luigi d'Avignone e del contado affermava.
Siccome poi ai Borboni non isfuggiva che la durezza del pontefice procedeva principalmente dai consigli de' Gesuiti, che già avevano cacciati da' loro Stati, e da quelli del cardinale Torrigiani, suo ministro di Stato, prelato tutto dedito a que' padri, addomandarono con molto calore ch'egli la compagnia di Gesù interamente sopprimesse. Ma Clemente, che prestava molta fede alle loro parole, ed a cui rincresceva di privare anche in Italia di quel sussidio la santa Sede, giacchè negli altri regni della cristianità l'aveva perduto, fermò l'animo e resse alle istanze, nè si lasciò volgere ai desiderii de' principi. Dalla quale sua fermezza procedette che le cose non si addomesticarono nè col duca di Parma, nè coi principi suoi consanguinei, finchè Clemente XIII visse. Ei conservò il suo monitorio, Parma i suoi ministri, Francia Avignone, Napoli Benevento, Spagna i suoi risentimenti.
Oltre a questi disturbi di Parma, gravi e veramente pericolose erano per altre parti le condizioni della Chiesa al momento dell'esaltazione già detta del Ganganelli.
Non poco sdegno nudriva Giuseppe re di Portogallo contro di Roma, per vedere ancora in piè gl'Ignaziani che tanto egli odiava. Vi era anche in quel reame pericolo di scisma, cioè di separazione dalia santa Sede, minacciando il re di creare un patriarca in Lisbona per l'esercizio della suprema autorità pontificale, e di non avere più altra comunicazione col pontefice romano che quella delle preghiere.
Non minori minaccie faceva la Spagna, la quale continuamente fulminava contra i Gesuiti e con sinistre voci protestava che se di loro come desiderava sentenziato non fosse, verrebbe a qualche risoluzione funesta a Roma.
La Francia riteneva Avignone, come si disse di sopra, e grandi risentimenti faceva sì per l'oltraggio fatto al duca di Parma colla scomunica, e sì per le lunghezze che il papa andava framettendo per conformarsi ai desiderii di Spagna ed a' suoi proprii per la domandata soppressione.
Per le narrate cose il duca di Parma irritatissimo anch'egli si dimostrava, e consigliato da ministri savii e fermi, faceva le viste di non temere i fulmini del Vaticano.
Non riceveva la Sedia apostolica minori molestie dal re di Napoli, il quale, oltrechè perseverava nello appropriarsi Benevento e Pontecorvo, si spiegava eziandio di volere più avanti nello Stato ecclesiastico allargarsi; e da riforma in riforma procedendo, dava a divedere che, poichè il papa non voleva fare avrebbe fatto egli. In somma le immunità ecclesiastiche continuavano ad andare in ruina nel regno. Il re, considerati gli abusi che nascevano dalla riscossione delle decime ecclesiastiche, le abolì intieramente, ordinando che l'erario regio supplirebbe con una conveniente pensione in favore di que' curati, ai quali, per la soppressione delle decime, restasse una congrua minore di centotrenta ducati. Andava anche un giorno più che l'altro tarpando l'ali alla nunziatura, con ridurre molte cause miste all'autorità ordinaria dei tribunali regi. Queste mosse principalmente davano Tanucci e Carlo di Marco.
Venezia, senza ricorrere all'autorità pontificia, di propria volontà riformava le comunità religiose: lo spirito del Sarpi in lei sempre viveva; nè valse a Clemente XIII che da Venezia sortito i natali avesse per poter la novella tempesta schivare. Benchè in grazia di lui avesse cassato il decreto, emanato già per risentimento delle decisioni intorno ad Aquileia, che proibiva gli abusi di certe dispense e delle indulgenze che per denaro si concedevano, non si rimase però che qualche secreto rancore gli animi dei padri ancora non alterasse, e non si manifestasse con rigori di dazii e di gabelle sui confini contro i sudditi dello stato ecclesiastico. Ma più specialmente nell'anno addietro il senato avvertì che le ricchezze del clero erano divenute tanto esorbitanti che di grave scandalo riuscivano ai privati e di molto danno al pubblico, però che le mani morte possedevano una rendita quasi eguale a quella dello Stato. Quindi prese rigorose e valide misure tanto sui beni de' cherici che sopra le persone loro; ma noi potè fare senza che il papa gravemente se ne risentisse. Ed in fatti con un suo breve dell'8 ottobre di quell'anno si lamentò colla repubblica ch'ella avesse, oltrepassando i termini dei proprii campi, posto i piedi in su quelli d'altrui, e sotto specie di regolare interessi attinenti allo Stato, si fosse fatto lecito d'intaccare la giurisdizione ecclesiastica; e dopo noverate ad una ad una le cose che teneva illecite, «alzava la paternale voce, e la repubblica ammoniva che da tali perniziose e scandalose determinazioni recedesse.» Rispose il senato, e stette fermo nelle sue risoluzioni: il papa nuovamente esclamava con altro suo breve del 17 dicembre sempre dello stesso anno, ed, al senato le parole indrizzando, l'avvertiva che, recate dalle di lui lettere nuove ferite al suo paterno cuore, dovea di nuovo parlare, di nuovo ammonire, pregare, lamentarsi, biasimare. Ricevuto il breve del papa, il senato non si rattenne in silenzio; ma non si rimosse da quanto ordinato aveva, nè il pontefice venne al passo estremo di pronunziare l'interdetto contro la repubblica; e come tal era la condizione sua che il consentire gli pareva impossibile, il contrastare senza frutto, le cose in quello stato si rimasero.