Il nome di Clemente era in onore in Inghilterra. Vedevansi a Londra frequenti, così ne' luoghi pubblici come nelle case dei privati, i busti di questo pontefice. Le quali cose quando gli venivano riferite, ei rispondeva: «Volesse pur Dio che ciò che fanno per la persona, il facessero per la religione!» In somma in quel paese, tanto abbondante d'uomini sensati, tanto era nominare Ganganelli quanto Lambertini, due papi simili per dottrina, per saviezza, per bontà, per ingegno.

Nè minori sentimenti di rispetto e d'affetto nodriva per Ganganelli l'imperadrice di Russia, la quale gli scrisse lettere molto onorevoli per impetrare un vescovo cattolico a regola e consolazione de' prelati e religiosi del rito romano che abitavano ne' suoi Stati.

Dicono che l'egregia fama di Clemente fosse anche penetrata sino a Costantinopoli, e che il soldano molto l'onorasse. Fu anzi tramandato alla memoria che il sovrano de' Turchi abbia detto un giorno parlando, all'ambasciatore di Venezia: «Se tutti i vostri papi fossero come quello che presentemente avete, i nostri patriarchi greci non si mostrerebbero tanto dalla corte di Roma alieni. Egli è un saggio che molto sa e rettamente procede, e non fia che ai più lo somiglino le età future.»

I Turchi, i protestanti, i Russi, gli Inglesi stessi, tanto odiatori del papato, lodavano quel papa che altri con malediche penne lacerava. Le lodi stesse dei dissidenti gli erano imputate a delitto, come se la durezza e la cupidigia de' due papi della famiglia de Medici e di alcuni altri non avessero partorito abbastanza amari frutti per la Chiesa cattolica, e specialmente per la sede di Roma.

Clemente, assunto al pontificato, aveva seguito il suo consueto costume quanto alla vita privata, da umile fraticello vivendosi qual era stato, ma nelle udienze e funzioni pubbliche non mancava in lui la magnificenza. Molto ancora si studiava di abbellire la sua Roma. Promosse ed ingrandì l'opera già cominciata da Lambertini, di adunare in un museo che ancora oggidì del suo nome di Clemente si chiama, preziosi residui dell'antichità. Raccolse i già noti, trovonne in quel fecondo suolo degl'ignoti, e tutti collocava in luogo appropriato, a maraviglia dei curiosi, ad istruzione degli studiosi delle belle arti. Parve che l'antica terra alle generose intenzioni del pontefice sorridesse; imperciocchè, tentata, versava fuori in copia le opere preziose degli scarpelli de' secoli passati. Le reliquie della nostra religione, i residui della pagana ad un tempo adunava. Gli uomini di gentilezza informati o di studio desiderosi di ciò il commendavano molto; ma divenne argomento di nuova accusa dall'altro lato, biasimandolo i suoi nemici dello aver mescolato le cose sacre colle profane, come se un museo d'antichità fosse una chiesa. Piacevagli visitare sovente quelle onorande depositerie de' nostri antichi padri; piacevagli mostrarle egli stesso in persona ai forestieri che la sempre gloriosa Roma visitavano, e fra le maraviglie che vi si vedevano, il buon pontefice stesso non era la minore. Ebbe particolare cura della libreria del Vaticano, cui in singolar modo adornò di stampe, di testi a penna, di medaglie: crebbe a' suoi tempi per gli sforzi suoi, crebbe per generosità del cardinal Passionei, suo amico, ed a lui molto somigliante, il quale l'arricchì della sua. Gentili spiriti nudriva allora Roma, come sempre; ma questa volta erano dati loro liberi e fecondi cambi da chi reggeva.

Anche all'utilità Ganganelli mirava. Non omise il pensiero de' porti d'Ancona e Civitavecchia, pei quali ordinò utili riparazioni. Provvide alla comodità delle strade, in ogni parte dell'amministrazione de' pubblici invigilava, più da padre di famiglia procedendo che conosceva le necessità dal mondo.

Ma che dirassi di quella sua deliberazione per cui proibì la castratura de' fanciulli, infame usanza, che disonorava la Italia e cambiava un piacere divino, voglio dire quello del canto, in un dolore angoscioso per chi aveva ancora viscere d'umanità. Così comandò, così ottenne; ma tante erano le radici dell'orribile costume, che ripullulò; e se il cielo non aiuta la nobile provincia, temo che lungo tempo ancora sia per durare. Quei che dovrebbero non lo biasimano, i padri dei miseri fanciulli non l'abborriscono, e vi è ancora chi si diletta di sì crudele snaturato scempio.

Ganganelli fu papa in tutto assai diverso da' più. Ebbe in dispregio il nepotismo, nè alcuno de' suoi trasse a dignità, e meno al cardinalato. A quelli che gli raccomandavano i parenti, rispondeva che tutti li portava in cuore, gli amava, ma che se ricchi non erano, neppure non erano poveri, ed abbastanza ricco stimava chi con moderate sostanze, moderati desiderii aveva. Non volle empire l'ambizione di nissuno. I suoi parenti prediletti erano i poveri, tirando sempre mai sopra di sè i loro affanni, e a loro con giudizio e discrezione soccorrendo per non farli viziosi. In somma, ei sarebbe stato papa di perfetta fama appresso a tutti, se non avesse soppresso i Gesuiti. Questo solo gli procurò amarezze in vita, riprensione dopo morte.

Languiva intanto nel suo carcere il Ricci. Nè dalle lettere intercette nè dalle risposte da lui date ne' costituti del processo che gli fu fatto negli ultimi mesi dell'anno 1773 e ne' primi del presente nè da altro suo andamento risultò che egli si fosse stimato ancora investito, dopo la soppressione pronunziata dal papa, di quell'autorità che aveva, essendo generale della compagnia, esercitato, nè che avesse nascosto grosse somme di denaro, siccome il mondo aveva creduto. Non venne in luce alcun suo reato particolare, nè fu interrogato sulle massime ed artifizii che imputavansi alla compagnia e da' quali si fece derivare la sua soppressione. Gli esami s'indrizzarono piuttosto sui fatti personali del carcerato che sulla natura e sugli atti della società.

Invecchiava intanto ed all'ultima sua fine si avvicinava. Volle prima di morire fare una protesta tanto sulla innocenza propria, quanto su quella della compagnia: