Non così tosto il re Carlo Emmanuele era passato da questa vita all'altra, che il re Vittorio Amedeo, suo successore, si era con tutta la famiglia condotto alla Veneria, donde non ritornò a Torino se non dopo alcuni giorni; ma prima che vi giungesse, aveva mandato pel cavaliere di Morozzo, ministro degli affari interni, domandando al Bogino che dismettesse la carica di ministro della guerra e di Sardegna, conservatogli però lo stipendio e le pensioni di riposo; della quale carica fu investito il conte Chiavarina, segretario del gabinetto del re. Il marchese di Aigleblanche, della casa di san Tommaso, fu chiamato ministro degli affari esteri con soprantendenza degli archivii. Gli fu, dopo alcun tempo, surrogato il conte di Perone, e il conte Corte fu chiamato ministro degli affari interni in cambio del Morozzo. Il cardinale delle Lance, uomo di un fare generoso e grande, ma delle prerogative di Roma zelantissimo, il quale grande elemosiniere della corona era, domandò licenza, e l'ebbe, ed in suo luogo fu sostituito il Rovà, arcivescovo di Torino.
MDCCLXXIV
Anno di
Cristo
MDCCLXXIV
. Indiz.
VII
.
Clemente
XIV papa 6.
Giuseppe
II imperadore 10.
Godeva il papa anzi prospera salute che no; poichè e di complessione robusta era, e le sue naturali forze non erano state consumate da vita intemperante e licenziosa; che anzi era sempre vissuto assegnato e parco, siccome a' suoi moderati desiderii si confaceva. Per tal modo si andava avanzando verso la più vecchia età, quando in uno di quei giorni della settimana santa del corrente anno, dopo di aver pranzato, si sentì in un subito una commozione nel petto, nello stomaco e nel ventre, come se compreso fosse da un freddo interno. Ne restò con istupore, essendo cosa insolita; ma pure, siccome quello che d'animo forte e costante era, attribuendo quell'insulto di male a caso fortuito, si riebbe, e a poco a poco si rasserenò. Tuttavia fu principio di un'infermità che era per rompere il filo della sua vita; imperciocchè gli si cominciò ad arrocar la voce, e per questa ragione, stimandosi che fosse afflitto di catarro, fu deliberato che per la cappella che dovevasi tenere nella basilica di San Pietro il giorno di Pasqua se gli mettesse un capannone o bussola per ricovero nel sito della cappella. Precauzione inutile, perchè gli si vide dopo alcuni giorni infiammata la bocca e la gola, quindi seguitare vomiti interrotti, ed eccessivi dolori nel ventre; le orine gli si impedirono, gli s'infievolirono le gambe, perdeva le forze, ed ogni giorno più si rendeva manifesto che il suo mortale corpo si andava disfacendo. Mormoravasi che di veleno si morisse. Forse egli stesso sel credeva, tanto era stato subito il male, e tanti erano i sospetti che regnavano. Certa contadina del paese di Valentano, Bernardina Beruzzi, che altri chiamavano Peronchini, famosa profetessa, aveva predetto la morte del Ganganelli ad insistito sulla predizione, come se esser dovesse effetto d'una trama. Ganganelli non era uomo da lasciarsi spaventare da simili baie fatte per dar pasto agli sfaccendati su per i trivii e su per le piazze, e Bernardina teneva in quel concetto che meritava, cioè di una sciocca o d'una furba. Ma da un'altra parte, conoscendo quanto sotto dolci spoglie certa gente nascondesse d'odio e di vendetta, provvedeva a sè medesimo, e la propria salute con tutti i mezzi più prudenti procacciava. Scrissero che furongli trovate pillole contro i veleni. La vitale forza interna mancava, stante che un umore litigginoso, ch'era solito sfiorirgli alla pelle, quell'anno non uscì.
Già la morte si avvicinava. Successe un po' di calma, come suole avvenire poco innanzi che l'uomo sia venuto all'ultimo confine della vita, come se Dio avvertire volesse i mortali di pensare ai fatti loro in quell'estremo momento. Già i famigliari si rallegravano, come se il loro signore a sanità tornasse. Ma la calma era preceditrice della morte. Ricomparirono in un subito i funesti segni, e la mattina de' 22 settembre Ganganelli esalò la forte anima, rendendola a colui che gliel'aveva data.
Fu sparato il cadavere. Trovaronsegli lividori nelle intestina, la pelle ancor essa illividita ed in alcuni luoghi nera; tutta la salma rendeva un fetore insopportabile. Crebbero i romori che il santo padre fosse stato avvelenato, non già perchè le apparenze dell'esplorato cadavere ciò dimostrassero, perciocchè si osservano anche nei morti senza veleno e da morti naturali tolti da questa vita, ma perchè gli uomini si erano mattamente dati a credere che colui che aveva soppresso i Gesuiti non di morte naturale, ma di tossico dovesse morire. Gli uni affermarono l'attossicamento per certo, gli altri con eguale asseveranza il negarono. Del resto, è da credere che dal detto al fatto ci sia una gran distanza, nè si vede che i medici che il cadavere hanno tagliato abbiano dichiarato avervi trovato sostanza velenosa, cosa che sola avrebbe potuto levar via ogni dubbio.
La morte di Clemente increbbe a tutti coloro che amavano di vedere la sincera religione unita alla paterna sopportazione. Papa unico il chiamavano, papa quale ad un secolo scrutatore ed inquieto si conveniva. Sono parecchie cose al mondo che più colla bontà si acquistano che colla ragione; perocchè niuno è che la bontà non ami, ma la ragione ha spesso per nemico chi ella convince.
Tutti i sovrani avevano in venerazione Clemente; nè solo i cattolici, ma ancora quelli di religione diversa. Federigo di Prussia, fra gli altri, assai del buono e spiritoso papa si soddisfaceva, ed amava di contentarlo. Da lui impetrò che il vescovo di Breslavia potesse visitare una parte de' suoi diocesani, agevolezza che non aveva mai potuto ottenere da' predecessori. «Che buon papa, che buon papa ha Roma,» diceva Federigo, e il diceva da vero, non per malizia, quantunque malizioso fosse.