Ma la volontà del pontefice diede in intoppo nella Slesia per l'opposizione del re di Prussia. Eranvi in quella provincia Gesuiti, a cui era commessa l'educazione della gioventù cattolica. Il re non volle che il breve vi fosse mandato ad effetto, e conservò que' padri nella direzione delle scuole con salvezza de' loro beni, case e collegi.
Tra le ricerche fatte con estrema diligenza tanto da' commissarii apostolici in Roma quanto da' deputati de' principi nelle varie provincie d'Europa, e la minaccia della scomunica contro chi ritenesse le proprietà de' Gesuiti, non poche ricchezze si rinvenirono in arnesi, gioie, vasi così sacri come ad uso mondano, ed altre masserizie di gran valore. Rinvennesi eziandio una certa quantità di denaro contante; ma questa parte non riuscì all'aspettazione universale, essendosi ritrovata di gran lunga minore delle enormi somme che nelle riposte gesuitiche od in conservo presso i loro banchieri gli uomini si erano dati a credere essere accumulati; conciossiacosachè fosse voce che occultato avessero e messo in salvo più di ducentocinquanta milioni di franchi.
Noi abbiamo di sopra accennato siccome al 20 di febbraio del presente anno il re Carlo Emmanuele III di Sardegna aveva abbandonato la vita, correndo l'anno settuagesimo secondo della sua età. Guerriero abile, amministratore diligente, principe d'ottimo costume, sarebbe per ogni parte da lodarsi, se in certe cose anche buone il volere far troppo non si voltasse in vizio. Lasciò del suo regno memorie notabili. Oltre ad altri benefizii, la Sardegna riconosce da lui la fondazione delle due università di Cagliari e di Sassari; e se da lodarsi era il pensiero di aprire que' fonti di utili sussidii in una contrada che molto abbisognava, ugualmente da lodarsi fu il modo con cui fu mandato ad effetto. Assegnaronsi ai professori emolumenti ragguardevoli per que' tempi, e sotto un principe piuttosto scarso che assegnato nello spendere, non furono certamente di poco momento. Fecesi diligente ricerca de' migliori e più dotti uomini, tanto nazionali quanto esteri per condurli ad insegnare nelle due novelle università. Si ordinò una buona disciplina per gli studenti, un acconcio metodo d'insegnamento per le scuole, una conveniente norma pegli studii. La Sardegna a nuova vita scientifica e letteraria sorgeva, e si rendeva manifesto che quell'antica terra era anch'essa feconda di felici ingegni. Giambattista Simon arcivescovo Turriano, Giannantonio Cossù, Giuseppe Cossù, Francesco Carboni, Francesco Maria Corongiù, Salvatore Mameli, Giuseppe Valentino, ed i Cetti ed il Gemelli, con molti altri, le scienze e le lettere nella famosa e per troppo lungo tempo dagli Spagnuoli negletta isola nobilitarono.
Nè devesi defraudare della meritata lode il re per aver dato un migliore ordinamento ai monti frumentarii, o granatici, come si chiamavano in Sardegna, che per opera delle antiche corti, cioè assemblee generali degli Stati, avevano avuto principio. Erano questi monti frumentarii depositi destinati a sovvenire, accomodandoli per via di prestanze gratuite o di modico interesse di denari, gli agricoltori che da per sè non potevano, per mancanza di fondi, sementare le terre. Ma siccome avviene nelle umane istituzioni, anche le migliori, o per difettive ordinazioni sul principio o per abusi nel progresso, questi repositorii non corrispondevano più alle intenzioni de' fondatori, e si erano deviati dall'uso e dall'utile per cui stati erano istituiti. Per ritirare verso il suo principio una instituzione utilissima in un paese dov'erano ancora molte terre incolte, ordinò il re, cui erano ministri o consiglieri un Bogino, un Lodovico Costa della Trinità, un Vittorio Lodovico des Hayes, ordinò, a ciò movendolo principalmente la sentenza del Costa, che in ciascun luogo, per ristringere le cose sotto uniforme regola, vi fosse un magistrato d'uomini eletti così fra gli ecclesiastici come fra i laici (pensiero accomodato, perchè gli uni e gli altri avevano antichi diritti), i quali il locale monte avessero in governo; e perchè l'amministrazione con norma certa ed ordine stabile procedere potesse, per la ordinazione medesima furono statuiti i doveri di ciascuno, e le forme del governare, ed il modo dello spartimento de' frumenti, della riscossione de' crediti, del rendimento delle ragioni. Di grado in grado, affinchè più occhi la medesima cosa guardassero, salivano gli ufficii; in ogni diocesi fu creato un magistrato diocesano, al medesimo modo composto di ecclesiastici e di laici, ma dal vescovo presieduto, datagli la cura d'invigilare sui magistrati locali. Si fece poi provvisione che gli uni e gli altri, cioè ed i magistrati locali ed i diocesani, sopravvegliasse un magistrato supremo, che in Cagliari sedeva, ed a cui furono chiamati i principali uffiziali della corona, le prime voci d'ogni stamento ed altre persone che per zelo dimostrassero avere graziosa volontà verso i monti, e per pratica sapessero giovarli. Al buon pro loro usaronsi eziandio le servitudini, e ad opportuni ordini corrisposero conformi effetti. Diedesi con molto zelo opera ai lavori gratuiti comandati da chi per feudalità di chiesa o di spada ne aveva il diritto, i magistrati sopra i monti con ardore ed intelligenza li disponevano, accrebbersi i capitali, diminuissi il merito delle prestanze, con maggiore agiatezza vissero i coloni, molte terre, per lo innanzi sterili ed infeconde, divennero fertili e fruttifere, e produssero in pro della meglio amministrata isola copia d'ogni buona sostanza. Tanto potè una buona volontà regolata da buon giudizio! Moltiplicossene la popolazione della Sardegna, onde si può affermare che Carlo Emmanuele sia stato il più provvido e benefico sovrano che da molti secoli indietro ella avuto avesse.
Carlo Emanuele non era uomo da lasciarsi trasportare dal secolo, posciachè i pensieri proprii non con istraniere forme, ma da sè formava; e nemico era di qualunque novità che non gli fosse paruta utile e buona per ogni parte. Ingegno molto riflessivo aveva, tanto forse eccessivo nella prudenza, quanto lontano dalla temerità. Tardo era nel determinare, tenacissimo nella cosa deliberata. Giusto era, e delle feudali cose sanamente pensava; ma, lento nel toccarle per timore di scrollare l'edifizio sociale di cui erano parte; pure si mosse. Erano in Savoia le mani morte a guisa dell'antico reame di Borgogna, di cui il primitivo dominio della casa di Savoia fu membro. Queste mani morte, ch'erano di due sorti, o delle terre o delle persone, ei regolò primieramente nel 1762, senza troppo conseguire il fine che desiderava, e poi definitivamente nel 1771, con grandissimo utile degli uomini e delle cose.
Lodano alcuni Carlo Emanuele per aver dato miglior sesto alle costituzioni de' suoi Stati, opera già incominciata da suo padre. Certamente egli è in ciò da lodarsi, perchè ne risultò maggiore uniformità nell'amministrazione e nella giustizia, ma è da biasimarsi di non aver cancellato da que' codici i vestigii dei tempi barbari che non in picciol numero li contaminavano, massime circa lo stato delle persone ed i processi e giudizii criminali. Per essi si vedeva che le dolci dottrine che accennavano a miglioramenti nel governo dei principi verso i popoli, principalmente negli ordini giudiziali, poco o nulla avevano ancora penetrato, nè udite erano in piazza Castello della nobile e generosa Torino.
Crudo non era punto Carlo Emmanuele, ma la tenacità della sua natura il teneva ch'egli quelle riforme, anche salva l'autorità regia, nelle leggi operasse che non che l'umanità, ma ricercavano ancora la giustizia e la religione. Già nei vicini regni e nei lontani un più benigno influsso andava consolando gli uomini, ed a migliori speranze chiamandoli; il Piemonte, a guisa delle rocche che il circondano, immobile durava, nè mostrava d'inchinarsi ai piacevoli venti. Già un Luigi, due Ferdinandi, un Giuseppe, un Leopoldo le condizioni degli uomini da loro governati ammollivano, ed a benefiche voci prestavano le orecchie; ma Carlo Emmanuele ai generosi esempi poco si moveva, quasi unicamente contento al travagliarsi intorno all'amministrazione, nella quale certamente molto valeva.
Gli studii si fomentavano, purchè non uscissero da un disegnato e stretto cerchio. Nissuna vita nuova, nissun impulso, nissuna scintilla d'estro fecondatore; un aere grave pesava sul Piemonte, e i respiri impediva. Lo stesso vivere tanto assegnato del principe faceva che la consuetudine prevalesse sul miglioramento, e che nissuno dall'usato sentiero uscisse, ancorchè più facili, più utili e più dilettevoli strade di sè medesime facessero mostra in luoghi vicini.
Dai duri lidi fuggivano Lagrange, Alfieri, Denina, Bethollet, Bodoni, e fuggendo dimostravano che se quella era per natura una feconda terra, aveva un gretto agricoltore. Carlo Emmanuele e Bogino si martorizzavano sui conti, e le generose aquile, sdegnose di quel palustre limo, a più alti e propizii luoghi s'innalzavano. Francia, Italia, Inghilterra, Prussia i nobili rampolli accoglievano, ed essi sopra alieni campi fruttificavano: Luigi Federico, Ferdinando, Leopoldo pagavano il debito di Carlo Emmanuele e del suo successore.
Tuttavia è da terminarsi quanto di Carlo Emmanuele fu detto colle parole che un valente scrittor franzese, il signor Mimaut, antico console generale di Francia in Sardegna, lasciò in una Storia che ai giorni nostri pubblicò di quell'isola, riportandole quali le ha, nelle sue storie, tradotte il chiarissimo Botta: «Se mai tempo felice e prospero fuvvi per la Sardegna, certo fu quello del regno di Carlo Emmanuele III. Fu questo principe, succeduto a suo padre nel 1730, il migliore ed il più grande re che la casa di Savoia illustrato abbia. Ei godrà nella memoria degli uomini di una gloria tanto più pura, quanto che per benefizii e per virtù se l'acquistò, e per le sue fatiche a niun'altra cosa mirò che alla felicità de' suoi popoli. Non isfuggì a quest'eccellente principe, cui guidavano i savii consigli del conte Bogino, suo primo ministro, uno dei più abili statisti del tempo, suo Sully e suo Colbert, di quanta importanza per lui fosse la possessione di un'isola pur troppo dai suoi antichi signori avuta in non cale; perciò egli con più particolare amore amolla e coltivò.»