Raccomandata in ultimo luogo la pace a tutti, e domandato a' principi cristiani il braccio forte per l'esecuzione della sua volontà nella bolla della soppressione espressa, il pontefice protestò volere che essa sortisse il suo pieno ed intero effetto, non ostante tutte le costituzioni ed ordinazioni apostoliche, anche quelle che dai concilii generali emanate fossero, non ostante ancora la regola dell'irrevocabilità del diritto acquistato e qualunque altro statuto, pratica, privilegio e concessione fatta o data, alle quali tutte egli derogava, e voleva che si avessero per nulle e di niun valore, e se come mai state non fossero date o fatte. Per maggior cautela poi e sicurezza che quel che ordinato avea puntualmente si eseguisse, diede l'autorità dell'esecuzione alla congregazione dei cinque cardinali e dei due prelati antecedentemente già nominati, volendo che in via sommaria e senza contestazione o forma o giudizio, anche per mezzo dell'inquisizione, procedessero contro le persone di qualsivoglia stato, grado, qualità e dignità fossero, le quali ritenessero, serbassero o celassero libri, scritture, mobili o suppellettili qualunque che alla soppressa società si fossero appartenute. E potessero anche obbligarle a svelare le nascoste cose colle censure ecclesiastiche, e con tutt'altra pena, con cui piacesse alla congregazione di castigarle.

Per tal modo l'edifizio innalzato da Paolo III fu demolito da Clemente XIV. A queste deliberazioni seguitarono ferme esecuzioni. Ai 16 d'agosto, in sul far della notte, i prelati Macedonio e Alfani, membri della congregazione più sopra accennata, andarono alla casa professa del Gesù; il prelato Sersale al collegio romano di Sant'Ignazio; il medesimo prelato Alfani al noviziato di Sant'Andrea; l'avvocato Zacheri, prosegretario della congregazione dei vescovi e regolari, alla penitenzieria di San Pietro; l'avvocato Dionigi, auditore del cardinale Caraffa, all'ospizio dei Portoghesi in Trastevere; il prelato Archetti, al Collegio germanico; il prelato Riganti al collegio greco; il prelato Passionei al collegio scozzese; l'abbate Foggini, teologo del cardinal Corsini, al collegio degl'Inglesi; finalmente il prelato Della Porta al collegio maronita: gli accompagnavano compagnie di soldati corsi. Occupatisi dai soldati tutti gli aditi, e postisi tanto dentro quanto fuori delle nominate case, ciascun prelato deputato, assembrati e chiamati in cospetto loro i religiosi della comunità, lessero loro per bocca di notari, che seco loro avevano condotto per questa bisogna, le lettere del mandato, di cui erano dal pontefice investiti, poscia la bolla che l'istituto sopprimeva. Quindi procedettero a mettere i sigilli su gli archivii, sulla ragioneria ed altri depositi o d'argenterie o di provvisioni. Le quali cose fatte ed eseguite, i deputati se ne andarono, lasciando sul luogo i soldati, affinchè i sigilli si conservassero intatti e fermi, ed i religiosi guardassero. Il giorno seguente i religiosi soppressi cessarono le loro scuole ed ogni altra funzione. Le loro chiese furono chiuse, eccetto quelle del Gesù, di Santo Apollinare, in cui furono posti ad ufficiare cappuccini, minori osservanti e preti secolari, con proibizione di farlo essi Gesuiti pubblicamente, e nemmeno di farsi vedere nelle sagrestie.

Il medesimo giorno essendosi adunata la congregazione dei cinque cardinali negli appartamenti della Rota al Quirinale, mandò ordine che il padre Ricci, superiore generale dei Gesuiti, fosse trasferito dalla casa professa al collegio inglese: il quale ordine fu messo ad esecuzione la sera, condotto e scortato il Ricci dai soldati al luogo destinato in una carrozza del cardinale Corsini, il quale, siccome persona di bontà, nè troppo avversa ai Gesuiti, il dimane gli mandò offerendo cioccolato, caffè ed altri simili delicature di cibi. A tale umile stato era ridotto un uomo che poc'anzi reggeva una compagnia ricchissima e potentissima in tutte le provincie cristiane dei due mondi, e che nato egli medesimo in una famiglia per antichità, per dignità e per beni di fortuna risplendente, ogni altra cosa piuttosto doveva augurarsi, che questa di dovere cibarsi dei cibi altrui. Dopo tre mesi poi venne, per le imprudenze di alcun suo amico servato in castel Santo Angelo. Gli assistenti del generale furono anch'essi dalla forza soldatesca sostenuti chi in una casa, chi un'altra.

Ancorchè la bolla della soppressione de' Gesuiti fosse da tutti aspettata, poichè non s'ignoravano nè le istanze de' principi, nè che il papa già da lungo tempo biecamente li guardava, nè gli atti rigorosi che erano stati usati contro di loro nelle principali città dello Stato ecclesiastico, fu ciò, non ostante, con molta maraviglia e quasi stupore in Roma ricevuta. Alcuni avevano creduto che il papa non si sarebbe osato di dare un così gran passo, e di venire ad una tanta deliberazione, che stimavano poter riuscire di grave pregiudizio alla santa Sede. Altri si erano persuasi che si sarebbe trovato per ripiego, siccome n'era corso voce, di riformare solamente la società, non di estinguerla. Non si sa per quale proposito, ma certo è bene che il ministro di Spagna aveva in ultimo scritto alla sua corte pregando che della riformazione si contentasse. Ma era venuta risoluta risposta, che attendesse pure alla soppressione, e d'altro non gli calesse, perchè sapeva bene il re quel che si faceva.

Ora in quella Roma solita a fare ed udire tanti discorsi sulle operazioni dei papi, si parlava diversamente, e secondo i diversi umori della deliberazione di Ganganelli. Chi le era contrario e per amore de' Gesuiti parlava, andava facendo varii commenti, ed aspre parole a pensieri aspri annestava. Dall'altra parte i difensori del papa non tacevano, nè i loro discorsi erano meno acerbi di quelli degli avversarii. Lungo sarebbe il riportare il molto che fu detto, ridetto e contraddetto in Roma, poi negli altri paesi intorno alla soppressione dei Gesuiti. Intanto per ogni luogo si andava sfasciando l'edifizio da papa Paolo eretto.

I principi cattolici accettarono la bolla di Clemente quanto alla soppressione; ma rispetto ai beni della compagnia, che il papa aveva desiderato che si applicassero ad opere pie ecclesiastiche, i sovrani dichiararono che vi mettevano su la mano regia, e ne avrebbero fatto quell'uso che più vantaggioso avrebbero stimato allo Stato ed alla religione. Fecero anche qualche riserva in ordine a quelle clausole della bolla che contrarie fossero ai diritti della sovranità ed alle leggi ed usi del paese. Nominatamente la repubblica di Venezia aveva bensì accettato la bolla, ma colla condizione che fosse salva in tutto la condizione dei vescovi, salvi i diritti sovrani, le leggi ed il costume della repubblica, ed esclusa intieramente la comminatoria della scomunica. Il decreto del senato investì il patriarca della facoltà di eseguire il breve, quanto alla parte spirituale, con ciò però che nulla facesse senza l'assistenza di un senatore delegato. Volle altresì che il senatore prendesse possesso dei beni gesuitici a nome della repubblica, che si usasse ogni dolcezza coi religiosi soppressi, e che agli altri ecclesiastici si anteponessero così per le messe quotidiane come per gli altri esercizii spirituali.

Parimente i serenissimi collegi di Genova s'impadronirono per decreto espresso di tutti i latifondi, di tutti i mobili ed immobili, di tutte le rendite, di tutti i capitali in oro ed argento, vasellame, libri, vasi sacri ed ornamenti che ai Gesuiti appartenevano, o di cui godevano, e così pure delle loro case, collegi e chiese che esistevano o fossero per esistere negli Stati della repubblica, ordinando ad una deputazione composta di tre senatori e quattro nobili di prenderne reale ed effettivo possesso, e di usare a questo fine tutti i mezzi che sarebbero necessarii.

Allo stesso modo adoperarono gli altri sovrani d'Italia; il re di Napoli specialmente con molta condiscendenza verso la volontà del pontefice, il re di Sardegna con qualche amaro motto verso il breve, non perchè della soppressione non si soddisfacesse, ma per la disposizione del papa di voler dare una destinazione determinata ai beni dei religiosi soppressi, parendogli, come a Venezia ed a Genova era paruto, che ciò toccasse le prerogative della sovranità temporale. Già regnava in quel momento sul Piemonte, in luogo di Carlo Emmanuele III, morto ai 20 di febbraio del corrente anno, il suo successore e figliuolo Amedeo III.

In ogni parte ebbe luogo l'umanità verso i vietati padri, nè soggiacquero ad altri rigori, se non quelli che derivavano dal tenore stesso della bolla. Solamente nella Valtellina, come prima vi si ebbe notizia della bolla di soppressione, il popolo si sollevò a furore, e li cacciò via con grida e minacce, mettendo anche a sacco i loro beni, case, chiese e collegi.

Nella Germania cattolica il breve ebbe facile esecuzione, se si eccettui la città di Augusta, di cui il principe vescovo scrisse a Clemente, esservi i Gesuiti giudicati necessarii per utilità della religione, e però il pregava di contentarsi che seguitassero a vivere in comunità. Il papa non se ne soddisfece, e, maneggiando il negozio con prudenza, ottenne finalmente quel che desiderava, ed Augusta uniformossi al breve.