Anno di
Cristo
MDCCLXXX
. Indiz.
XIII
.
Pio
VI papa 6.
Giuseppe
II imperadore 16.
Contrassegna quest'anno la morte di una gran donna. L'imperatrice Maria Teresa, dopo la morte del suo consorte Francesco I e la elevazione del figliuol suo Giuseppe, dimesso non aveva mai il lutto; e sebbene una parte attiva pigliato avesse nello smembramento della Polonia, e col trattato del Teschen dell'anno precedente avesse accresciuto gli Stati suoi con porzione della Baviera, gran parte tuttavia delle pubbliche cure aveva all'imperatore Giuseppe lasciato. Data agli esercizii della più solida pietà, vide ella tranquillamente avvicinarsi il supremo giorno, e morì in Vienna il 29 di novembre di quest'anno. Come ad alcuni Romani imperatori dato si era il nome glorioso di padre della patria, così madre della patria taluno la chiamò: certa cosa è che essa, massime negli ultimi anni del suo regno, non fu sollecita che di spargere i benefizii sui poveri, sulle vedove e sugli orfani, e dichiarò perfin, morendo, che se alcuna cosa fatta aveva degna di riprensione, certamente consapevole non n'era, imperocchè sempre avesse avuto in vista il bene e la prosperità de' suoi sudditi. Regnato per lo spazio di quarant'anni, e amato sempre la verità e la giustizia, Maria Teresa talvolta lagnata erasi che nelle elezioni ingannata si fosse e che male intese o peggio ancora eseguite le sue intenzioni state fossero. Ad essa si attribuisce la massima, espressa fino dal tempo in cui regnava il padre suo Carlo VI, non esservi che il piacere di compartire grazie e far del bene ai sudditi che render possa sopportabile il peso di una corona. Gli Stati d'Italia ad essa appartenenti non mai furono tanto felici e tranquilli quanto sotto il suo reggimento; tra le lodi tribuite a quella sovrana, l'ultima non fu certo quella che esattamente voleva essere di tutto informata; che ai piccioli come ai grandi aperto voleva l'accesso alla sua persona, e tutti ascoltava con clemenza, le grazie concedendo o il motivo allegando del rifiuto, senza promesse illusorie, senza mendicati ripieghi, e senza alcuna di quelle vaghe frasi ed incerte che lo stile alcuna volta adornano, ovveramente sfregiano dei potenti. Fu detto da un autor franzese che vivendo seguiti avesse gl'insegnamenti da Marc'Aurelio lasciati intorno ai doveri dei regnanti. Morendo, i figli Giuseppe e Leopoldo sul trono lasciava.
Nè a caso si è nominato Leopoldo di Toscana; aveva egli l'animo a ridurre a migliore stato le leggi; gli accidenti anche lo sforzavano. I conventi dei frati, sottratti, in vigore degli ordini ecclesiastici che prima delle riformazioni da lui fatte erano ancora in osservanza, dalla giurisdizione degli ordinarii, da Roma unicamente per mezzo dei loro generali dipendevano. I conventi poi delle monache dai frati ricevevano la direzione spirituale. Queste condizioni riuscivano di non poca molestia a chi sui luoghi la Chiesa governava e lo Stato. I frati come indipendenti erano, così divenivano anche sbrigliati ed il quieto vivere delle famiglie e del pubblico turbavano.
Sorgevano poi gravi inconvenienti nei conventi delle monache, conciossiachè, introdottavisi la corruttela dei costumi, non vi era disordine che non vi si commettesse. Il lezzo di dentro rendeva odore fuori, i buoni si scandalizzavano, gli inclinati al male si corrompevano. Maligni esempi uscivano da quei luoghi, che santi dovrebbero essere e santi stimarsi. I vescovi non avevano autorità di porvi rimedio. Da Roma venivano ripari lenti e si mandavano le cose in lungo, domandandosi processi, informazioni, interrogatorii sopra ciò che ognuno pur troppo per vero conosceva. Accusava esagerazioni da parte di chi si lamentava, e supponeva mala volontà e calunnie. La curia poi portava, specialmente ai tempi di Rezzonico, e poi morto Ganganelli, mal animo a chi reggeva la Toscana per le riformazioni che vi erano state fatte in certi ordini toccanti la disciplina ecclesiastica. Le cose andavano di male in peggio, sicchè giunsero ad un estremo tale che la pazienza e l'ulteriore sopportazione in chi governava sarebbero state colpa: anzi erano in tale disposizione che si dubitava che non fossero più atte a ricevere alcuna medicina.
Erano in Pistoia due conventi di monache domenicane retti dai religiosi del medesimo ordine; quelli di Santa Caterina e di Santa Lucia. Tristo nome avevano già da qualche tempo; il popolo ragionava di certe brutture che vi si commettevano: incerte voci erano, ma che pure, per la perseveranza, indicavano esservi alcuna radice di verità. Lo dice Scipione Ricci vescovo di Pistoia, nei suoi scritti.
Pervennero a notizia di Leopoldo, il quale ordinò all'Alamanni, vescovo in quei giorni, di Pistoia, che si recasse subito in mano la direzione spirituale di tutti i conventi delle domenicane di quella città. Nel tempo stesso proibì, sotto pena di carcere, ai domenicani di entrarvi. Ma le donne non vollero obbedire. Incominciarono a dire che non volevano riconoscere nè il vescovo per loro superiore, nè i confessori. Poi, levando sempre più il viso, allegavano che papa Pio V il santo aveva pronunciato la scomunica contro chi fra i claustrali ad altro superiore obbedisse che a quello dato per autorità della santa Sede. Tanta era la loro contumacia, che quelle, le quali in articolo di morte si trovavano, amavano meglio morire senza confessione che confessarsi al confessore mandato dal vescovo.
Se ne scrisse a Pio VI pontefice: rispose essere calunnie, e che non voleva approvare la violazione delle legislazioni dei due conventi. Si lamentò anzi che quello fosse un addentellato di Leopoldo per usurpare in altri conventi e generalmente in tutti l'autorità della santa Sede.
Allora il granduca scrisse lettere circolari ai vescovi della Toscana, ordinando che ciascuno di loro e tutti con unanime consentimento addomandassero al papa, che i conventi, nissuno eccettuato, dalla direzione dei frati si sottraessero ed alla dipendenza spirituale degli ordinarii si sottomettessero. I prelati condiscesero ai desiderii di Leopoldo; le episcopali domande arrivarono al Vaticano; Leopoldo stesso mandò le sue istanze, e Pio pregò che quella deliberazione abbracciasse dalla quale sola si poteva sperare la riforma degli abusi ed il ritiramento delle cose religiose verso il loro principio e verso la buona ed esemplare disciplina.