Il pontefice, per quel sospetto che aveva che ci covasse sotto e calunnia e disegni a pregiudizio della santa Sede, udì poco favorevolmente le petizioni di Toscana. Rispose a ciascun vescovo attendessero pure a mandargli i processi e le informazioni, poi vedrebbe ciò che convenisse farsi. Ma siccome il granduca insisteva con pressa, così il papa trovò il mezzo termine di dare facoltà ad alcuni vescovi toscani di governare, come delegati apostolici, col freno spirituale i conventi che in deformi consuetudini fossero trascorsi, e che i frati avessero o turbato o corrotto. Quanto alle religiose sregolate di Santa Caterina di Pistoia, Ippoliti, che in quei dì sedeva vescovo di quella città, le fece trasferire nel convento di San Clemente di Prato, che pure al governo dei domenicani soggiaceva. Quelle di Santa Lucia, prive del fomento delle consorti di Santa Caterina, si assoggettarono, e diventarono, se non migliori, almeno più caute.

In quest'anno il Ricci successe all'Ippoliti nel governo della diocesi di Pistoia, di cui la città di Prato era membro. Colla medicina di Pistoia credevasi di aver rimediato a tutte le piaghe, e che l'intero ovile fosse a sanità ricondotto. Ma vana fu l'aspettazione, posciachè in Prato maggiore contaminazione si scoperse. Due monache di Santa Caterina di questa città, una nobile pratese di anni cinquanta, l'altra di altra nobile famiglia pur di Prato, di anni trentotto, viveano già da molti anni immerse ne' più gravi disordini.

Gli empi dogmi e le perverse consuetudini non avevano però tanto potuto celarsi, non già dalle ree femmine, che non se ne infingevano, ma dai superiori ecclesiastici che desideravano sopire senza scandalo una cosa cotanto detestabile, che fuora le lingue non ne favellassero, e quel luogo che santo ed intemerato doveva essere, empio e sacrilego non chiamassero. Il vescovo Ricci ed il granduca Leopoldo, ai quali queste cose infinitamente dispiacevano, avevano preso risoluzione, correndo gli anni 1778, 1779 e 1780, di osservar bene quegli andamenti, e di accertarsi anche per processi informativi, affinchè, mandate a Roma le informazioni, la congregazione dei cardinali sopra i regolari ed il pontefice stesso non potessero aver cagione di sopportare e non provvedere.

Intanto, per allontanare da Santa Caterina ogni occasione di corruttela e di scandalo, le due monache, per ordine sovrano, furono trasferite a Firenze, per esservi chiuse nel conservatorio di San Bonifacio, dove occupate in opere manuali avessero altro che pensare. Tuttavia non vi diventarono migliori; però dagli ordini del conservatorio era impedito ch'elleno con le parole e con l'esempio le innocenti creature che colà entro convivendo contaminassero.

In questo mentre si andava fra i consiglieri del papa considerando ciò che fosse a farsi per ravviare le cose di Toscana. Trattavasi se convenisse, inchinandosi alle domande di Leopoldo e di Ricci, dare al vescovo ogni necessaria facoltà, perchè potesse ritornare all'ordine, alla purità ed alla pace Santa Caterina con tutti gli altri monasteri di domenicane che nella sua diocesi si trovavano. Roma aveva gravi risentimenti contro il granduca e il suo vescovo prediletto, a cagione delle riforme che già avevano fatte e quelle che annunziavano di voler fare. Specialmente poi acerbo animo portavano a Ricci per avere pubblicato un monitorio contro la divozione del cuore di Gesù. In questo mezzo il cardinal Palavicino, segretario di Stato di papa Pio, cagionevole di salute essendo, si era condotto a cambiar aria, lasciando il carico delle faccende al cardinale Rezzonico.

Quest'ultimo cardinale, più simile allo zio, che fu papa, che prudente ad accomodarsi ai tempi che correvano, benaffetto ai gesuiti, ostava al Ricci. Pio VI, che pur i gesuiti, autori della divozione del cuore di Gesù, non amava, e che quanto Ricci quella divozione dannava, siccome d'animo alto e risentito era, e gelosissimo dell'autorità e dignità della Sede pontificia, si dimostrava anche alieno così dal vescovo di Pistoia, come dal granduca, anzi da tutta la casa austriaca, da cui allora riconosceva la diminuzione delle romane prerogative.

I domenicani, grandemente avversi in altri tempi ai gesuiti, nella congiuntura presente ai medesimi si unirono, perchè vedevano che una cattiva nominanza si solleverebbe contro il loro ordine, se il papa con un solenne atto facesse vedere al mondo che le colpe d'alcune domenicane e di alcuni dei domenicani erano conformi alla verità. Tra gesuiti e domenicani fecero un così forte agitare alla corte, che il papa, non che consentisse a dare le facoltà domandate al vescovo di Pistoia, gli scrisse lettere acerbissime, tassandolo d'imprudenza per aver sollevato questi romori in tempi tanto calamitosi per la Chiesa. In quanto poi alle due religiose, prescrisse che fossero innanzi al tribunale dell'inquisizione tradotte, per essere da lui, secondo che meritavano, castigate.

Il granduca, a cui stava a cuore l'onor del vescovo pistoiese ed il suo, e che non voleva che la potestà secolare fosse dichiarata incompetente per provvedere ai disordini che succedevano nei conventi, e di cui la fama, uscendo fuori, scandalizzava i popoli, scrisse in termini molto risentiti a Roma, facendo intendere che non mai avrebbe consentito che le due monache fossero date in potestà del santo uffizio. Minacciò poi apertamente che se il governo pontificio si fosse ancora peritato al sommettere i conventi delle monache di Toscana all'autorità spirituale dei loro ordinarii, avrebbe provveduto egli di propria autorità alle corruttele che vi erano pullulate.

Ad un tratto così risoluto il papa, rispondendo al granduca, gli fece sapere che delle due monache deliberasse pure ciò che più conveniente stimasse. Nello stesso tempo conferì ai vescovi del granducato, e particolarmente a quel di Pistoia, le facoltà che gli erano state domandate. Che anzi il pontefice, il quale le buone cose amava, quando gli adulatori nol tentavano in proposito della grandezza e della dignità della Sede pontificia, scrisse lettere di amara riprensione al generale dei domenicani, per non avergli fatto conoscere la verità sugli accidenti scandalosi di Prato.

In quest'anno Modena abolì nelle procedure criminali la tortura.