«Simile caso avvenne ad una donna di Cinquefrondi, villaggio poco distante te da Polistena, e dal sommo all'imo distrutto. Fu tratta viva dopo sette giorni di sepoltura, ma con due figliuolini, che seco aveva, morti.

«Quanto sopportar possa in casi straordinarii l'animale natura, ancora più ne diede testimonianza un gatto, che, appiattatosi per asilo in un caldaio, il quale il peso dei rottami sostenne, vi stette quaranta giorni senza cibo di sorte alcuna. Il trovarono come giacente in placido sonno. Appoco appoco si riebbe, ed alcuni anni ancora visse, delizia del padrone.

«Quale fosse lo spaventevole capriccio del terremoto, egli scrive in altro luogo, seppeselo il padre maestro Agazio, priore del carmine di Jerocarne, il quale per questi luoghi viaggiava, quando più il flagello v'infuriava. Spaventato volle fuggire; ma ecco un piede incepparsi in un crepaccio che subito si serrò. S'affaticò di ritirarlo, ma spese la fatica indarno. Mise grandi stridori, chiamò aiuto con alte grida, in quella desolata solitudine nissuno comparve, e tuttavia il piè stava stretto da quella straordinaria tanaglia. Credeasi morto, attaccato com'era a quel fatale e strano ceppo. Ma ecco in un subito per un nuovo urto di terremoto aprirsi il ceppo, spalancarsi la fauce e dargli libertà e vita. Il povero religioso arrivò al convento tutto sganganato, e più morto che vivo. Ognuno si maravigliava della stupenda ventura, ed egli a stento la poteva raccontare; tanto era oppresso dall'anelito e dalla paura!»

E altrove: «Era una casa ad uso d'osteria lontana forse a trecento passi dal Solì. L'abitavano l'oste per nome Giovanni Aquilino, la sua moglie ed una nipote di tenera età. Eranvi per accidente quattro avventori. Giovanni se ne stava russando sul letto, siccome quello che avvinazzato era e cotto bene, le due donne attendevano agli uffizii di casa, gli avventori giuocavano alle carte. Ed ecco la casa intera prender viaggio verso il Solì, nè fermarsi se non quando al suo letto pervenne. Quivi l'urto fece ch'ella si disfece ed in frantumi andò. L'ostessa rimase, come trovavasi, seduta, e dalla paura in fuori non ebbe male alcuno. L'oste a maladetta forza si svegliò, e smaltito il vino, pianse la perduta fortuna; la misera fanciulla schiacciata morì. Morirono pure gli avventori venuti a giuocare sulle sponde dell'ameno, ma infedele Solì.

«Uno sbalzo di terremoto aveva sepolto fra le ruine della sua casa l'abbate Taverna, medico di Terranuova. La polvere lo soffocava, la grandine dei piombanti sassi lo martellava, si credeva morto, quando un'altra urtata di terremoto lo scarcerò, fuora il trasse e dal pericolo lo scampò, per lo strano caso restò allibbito e intronato lungo tempo; finalmente tornò del tutto in sè, e dilettavasi nel raccontare come il terremoto l'avesse condotto vicino a morte, e come l'avesse salvato. La famiglia dei Zappia ebbe un caso comune col Taverna; sepolti da una spinta di terremoto, dissepolti da una altra.

«Anche nella desolata Terranuova successe una mirabile sopportazione di un animale bruto. Nella casa dei Tutini, che rimase tutta infranta e distrutta, una cagna fra le ruine incarcerata visse per tredici dì senza alimento alcuno, e senza avere mai potuto lambire nè pure una stilla d'acqua. Uscì, toltigli i rottami d'intorno, viva e magra, e soprammodo sitibonda.

I terreni rimasero tutti lacerati da crepacci e da fenditure. Alcune di queste fenditure avevano otto palmi di profondità, altre tredici, altre venti, ed anche di più; varia era la larghezza, ma nissuna maggiore di quattro palmi. Parevano quasi tutte fatte a taglio netto e successivo, ma con direzione confusa, varia e indistinta a segno che non ammettevano ordine alcuno, nè dove fosse il loro principio e dove la fine non si poteva accertare. Sopra un alto monte rimpetto a Terranuova, ma sulla opposta sponda del Solì, s'ergeva un villaggio per nome Molochiello. Questo infelice paesetto fu devastato in modo che pochi ed informi vestigii rimasero della sua esistenza. Una parte di lui precipitossi a destra, l'altra a sinistra, nè più altro suolo vi rimase del sito su cui giaceva che una fettolina a schiena d'asino, così acuta, che non vi si poteva su camminare. Videsi in questo luogo un orrido e non più udito spettacolo; che nel fianco del monte reciso come a perpendicolo pendevano ammassate le reliquie dei cadaveri riposti nei sepolcri, i quali, per lo squarcio avvenuto nei fianchi delle rupe, rimasero scantonati e per metà divisi.

Un Antonio Avati contadino stava sur un castagno recidendone i rami, quando arrivò la devastazione. Il castagno si mosse, e con placido corso scese verso il fiume Marro per più di trecento passi. Fermossi finalmente intoppandosi giù nel vallone. Scuotessi Arati, e salvo sulla ripa saltò.

La rustica casa di Grazia Albanesi, moglie di Giuseppe Zema, viaggiava anch'essa giù per lo monte. Aveva Grazia un bambino di poca età, che giaceva forse placidamente dormendo in una rozza culla fra meschine fasce avvolto. L'infelice madre restò affogata ed oppressa sotto le smisurate moli e della propria casa e delle altre fabbriche e del terreno e della creta che giù rovinavano dalla rupe di Molochiello. Credessi che con lei fosse morto il bambino. Già erano trascorsi tre giorni dal fatale avvenimento, quando da coloro che andavano fra le ruine raccogliendo gli avanzi della loro sepolta e scarsa suppellettile, furono uditi alcuni oscuri vagiti. Alzarono a speranza i pietosi animi, smossero, scavarono, trovarono la misera ed innocente creatura nella sua culla cinta di fango e fra orrendi frantumi involta. Rea era la stagione, il freddo aspro assai, la pioggia dirotta. Estrassero il bambino vivo da quell'informe spelonca così com'era, rauco dal pianto, conquiso dalla fame e dalla sete, assiderato dal freddo, dimagrato al sommo; così usci vivo dal sepolcro inusitato della madre. Il presero, il fomentarono, con prudenza il dissetarono, con prudenza ancora lo sfamarono. Salvo in somma il resero, ma non tanto che non portasse nello smunto viso e nel debole corpicino, finchè visse, i segni dell'andato patimento. Siccome morta era la madre, una zia materna prese cura dell'orfano così stranamente preservato da una stranissima ventura. Gli accademici di Napoli non senza maraviglia il videro.»

Sino a questo passo furono raccontate le disgrazie di molti illustri luoghi, di molte nobili città; or si diranno quelle di colei che tutte e per antichità e per grandezza e per altezza di fama le avanza. La magnificenza non più che l'amenità non preservò dalla cagione inesorabile e furibonda.