Or chi potrebbe ridire la varietà degli accidenti in tanto sconquasso? Monteleone, nobile ed antica città, che mostra qualche residuo di muri ciclopei, restò altamente offeso dalla percossa, sì che i più suntuosi templi, i più vasti edifizii, come le più umili case, furono rotti e scomposti, ed ancora che i più atterrati non fossero, diventarono nondimeno inabitabili. Maggiore fu la desolazione di Mileto, dove, oltre le case, che tutte patirono infiniti danni, restò da cima a fondo irreparabilmente infranto e inabissato il magnifico tempio della Trinità; tetto, mura, campanile, altari, andarono tutti in un monte di rottami. Tropea fu percossa dal terremoto, ma in grado minore. Meno ancora restò offeso il poco lontano villaggio di Parghelia, villaggio singolare non per grandezza nè per ricchezza di edifizii, ma per industria dei terrazzani, troppo diversa dalla rilassatezza che in non poche parti della Calabria regnava. Soriano, andato esente dal terremoto del 5 febbraio, restò desolato da quello del 7; nè vi rimase orma degli edifizii di terra pigiata, che nel paese chiamano terraloto, e da cui la massima parte della città si formava. Lieta, anzi lietissima era la strada da Soriano a Jerocarne, siccome quella che ombreggiata era e vagamente sparsa di ulivi, di castagni, di quercie e di viti, ed ora divenne un miscuglio commisto di ruine. Tanto sovvertimento patirono i terreni! Si screpolarono, aprironvisi di profonde fessure. Ma le fessure immobili non erano; ora si serravano impetuosamente, combaciandosi di nuovo gli orli, ora si riaprivano, disgiungendosi quelli novellamente. Le fenditure, e così in questo luogo come in ogni altro, pigliavano diverse forme, ma le più in cotale modo s'informavano, che parecchie da un solo centro aperto anch'esso partendo, a guisa di raggi se ne allontanavano. Talvolta usciva da queste spaccature una fanghiglia cretacea spremuta a forza, come pare, dai più interni ripostigli della terra. E di questa fanghiglia altri ed altri eziandio erano i modi. Dalle grandi e vaste spaccature usciva copiosissima, e le vicine campagne allagava. Ne restavano intrisi i rottami, intrise le ruine, intrisi gli alberi e i sassi. Sovente accadea che non da fenditure saltava fuori, ma da certe conche circolari; che sul terreno cavo si formavano; e dal centro delle medesime, piuttosto che da altre parti, scaturiva.
Tale fu la natura degli accidenti di questo terremoto, che piuttosto acqua o creta nell'acqua disciolta sorsero dalle profonde viscere del travagliato globo che fuoco od altre sostanze che la presenza dall'igneo elemento manifestare sogliono; cosa che riuscì contraria alla opinione di molti che credono da fuochi sotterranei ingenerarsi i terremoti.
Successe poco lungi da Soriano nei terreni del fra Ramondo, del Covolo e del fiume Caridi una gran rovina ed una inondazione di fango: giardini, due case rurali, un oliveto, due monticelli sdrucciolarono, il Caridi scomparve, si aprirono voragini, sgorgò acqua in copia, giacquero gli alberi in varie guise fra quell'incomposta congerie, sfortunatamente sepolte dall'orrendo scoscendimento alcune umane creature. Alcuni giorni appresso ricomparve il Caridi, ma in altro letto, nè puro o limpido come prima, ma limaccioso e torbido.
Il più atroce tormento di chi restava sepolto vivo, ed in molti uomini e donne ciò si osservò, sempre fu la sete. Usciti dal carcere rovinoso non altro domandavano, non altro agognavano che bere, e sull'acqua per dissetarsene cupidissimamente si gettavano. Tant'era il rovello che li tormentava, che, perchè dall'improvviso e troppo copioso uso della bevanda non ricevessero mortale danno, uopo era ministrarla loro con regola e misura.
Tra le disgrazie di molti illustri luoghi, di molte nobili città che raccontare non possiamo, però che il tempo e lo spazio ne sospingono, non possiamo tacere di Polistena, vaga città sulle sponde del Jerocarne, che non fu più, demolita di maniera, che i tetti rimasero innabissati e le fondamenta cacciate fuora dal loro sotterraneo cavo: tutta sotto sopra fu messa, nè mai più informe ammassamento di rottami si presentò agli occhi degli uomini spaventati che quello della distrutta Polistena. «Quando da sopra una eminenza, scrive il Dolomieu nella versione del Botta, io vidi le ruine di Polistena, quando io contemplai i mucchi di pietre che non hanno più alcuna forma, nè posson dare più idea di ciò che era quel luogo, quando io vidi che nissuna casa era sfuggita dalla distruzione, e che tutto era stato livellato al suolo, io pruovai un sentimento di terrore, di pietà, di raccapriccio, e per alcuni momenti le mie facoltà restarono sospese.» Le case precipitarono nel fiume, i grossi muri del convento dei domenicani si sfasciarono ed in grandi massi rovinarono. Dalla parte de' cappuccini si avvallò il terreno, in varii luoghi largamente si sfesse, tutto il paese all'intorno sino a piè del monte tre miglia distante si screpolò. Un momento solo del 5 febbraio precipitò e soffocò negli abissi più di due mila Polistenesi, fra sei mila che erano. I sopravviventi, erranti e miseri, non solo case più non avevano, ma nemmeno fra quella informe ruina le riconoscevano: a stento il luogo dell'antica e distrutta sede accertavano.
Terranuova divenne in pochi istanti un vano nome; il suolo stesso ove posava, non solo cangiò forma, ma non fu più. «Un gemito indistinto, così scrivono gli accademici di Napoli, un gemito indistinto, un terribile fragore, e una densa nube di polve ascose tra la più compiuta annichilazione l'enorme strage che indistintamente si fece degli uomini e dei bruti.» Aveva la terra nel suo fiorito stato due mila abitatori; solo quattrocento dalla catastrofe scamparono.
Trapasseremo senza arrestarci le ruine, gli sconvolgimenti, l'annichilamento di Molochiello, di Casalnuovo, di Oppido, di Santa Cristina, di Scilla, di Reggio, di cent'altri e villaggi e casali e città; trapasseremo eziandio gl'infiniti casi compassionevoli e i molti singolari casi e venture e disavventure dell'orrendo disastro non per la prima volta avvenuto in paesi che bugiardi ed insidiosi si potrebbero chiamare, posciachè per la bellezza ed amenità loro allettano a spiagge infide e piene di mortali pericoli: un sole benefico, chiari rivi scendenti dai poco lontani Apennini, freschezza di siti all'ombra degli aranci, dei gelsi, dei limoni, dei fichi, dei cedri, dei granati e della pampinosissima vite, fanno che quivi sieno i luoghi forse i più dilettevoli della terra. Ma sono giardini d'Alcina; la natura vi fu ad un tempo madre e matrigna.
Ma fra le quasi infinite avventure e disavventure che dobbiam tralasciare, non possiamo astenerci dai trascrivere dallo storico più volte lodato alcuni casi che più degli altri potranno interessare il lettore.
«La compassione ch'io sento, scrive egli adunque, m'invoglia di raccontare il caso di due madri infelici all'ultima ora sotto le ruine codotte, ma non sole. Rovinò sopra di loro un tetto, rovinò la povera casa. L'una aveva seco un figliuolo di tre anni, l'altra stringeva al petto un bambino di sette mesi. Nella estrema sciagura, in quel fondo di morte, la materna tenerezza non le abbandonò, anzi si accrebbe. Curvaronsi contro i cadenti sassi, e fecero del dosso arco sopra le innocenti creature. Istinto era, amore di madre era, ma frutto altresì di compassionevole illusione; perciocchè incontro ai rovinanti massi qual corpo di donna resistere potea? Morirono, e con esse i non salvati fanciulli. Chi fu mai più infelice al mondo di quelle misere e desolate madri? Furono trovate nell'attitudine descritta; e con le braccia avvinte ai figli l'una accanto all'altra, esse coi corpi pieni di lividori e di putrida gonfiagione, essi seccati e smunti. Or chi potrà dire quanto dolore regnato abbia in quell'oscuro speco?
«Delle raccontate donne un'altra meno infelice, quantunque infelicissima sia stato, tutta la Calabria in ammirazione converse. Sette giorni intieri stette fra le ruine sepolta, nè alcun cibo o bevanda ebbe. Funne estratta esanime e moribonda. Come prima racquistò l'imperio dei sensi, acqua, gridò, acqua, acqua io voglio. Tant'era la sete che la straziava. Disse che nella tenebrosa caverna prima una infernale sete la struggeva, poscia perdè ogni sentimento di sè stessa. La da così vicina morte scampata donna visse ancora alcun tempo sovvenuta dalla pietà del pubblico.