Racconterò, seguita il lodato storico, cose stupende, e tali, che dubito che da nessuna penna degnamente raccontare non si possano; una provincia intera sconvolta, molte migliaia d'uomini in un sol momento estinti, i sopravviventi più infelici dei morti; la terra, il cielo, il mare sdegnati; ciò che la natura ha fatto di più sodo, in ruina; ciò che per la sua sottigliezza toccare non si può tanto impeto acquistare, che, le toccabili cose furiosamente urtando, rovesciò; ciò che mobile e grave è, fuori del consueto nido sboccando, guastare ed abbattere quanto per resistere a più leggeri elemento solamente stato era construtto; i fati d'Ercolano, i fati di Pompei, e forse peggiori perchè più subiti, a molte città apprestarsi, non soffocate ed oppresse, ma stritolate e peste; una faccia di terre le più amene e ridenti del mondo cambiata subitamente in ultima squallidezza ed orrore; orribili fetori di cadaveri putrefatti non riscattabili fra l'immense ruine, orribili effluvii di acque stagnanti nel loro corso d'accidenti straordinarii interrotte, orribili malattie da spaventi, da stenti, da moltiplici infezioni prodotte, abissi aperti, città subbissate od inabissate, monti scoscesi, valli colmate, fiumi e fonti scomparsi, nuovi comparsi, polle di mota da aperte voragini scaturienti; un istinto d'animali bruti il futuro male preveggenti, una sicurezza d'uomini, cui la ragione è meno provvida dell'istinto; un salvar di fanciulli con morte delle madri, un preservar di padroni per fedeltà di servi, un aiutar d'infelici per bontà di governo, per umanità di signori, per carità di preti; vittime per casi strani o quasi non credibili dall'ultimo eccidio scampate; una cieca fortuna, un impeto ineluttabile, un grido di morte uscito dalla terra per sotto, dal cielo per sopra, dal mare per lato, spaziare dappertutto, ed ogni cosa rompere, ogni cosa spaventare, ogni cosa in ruina ed in isconquasso precipitare; gl'incendii uniti alle ruine, e le fiamme consumare ciò che al furore degli altri elementi era avanzato. — A ciò tutte le superstizioni più stravaganti che caggiono in menti smosse, tutte le furberie di chi delle sciocche superstizioni e dei solenni terrori si pasce ed in suo pro gli converte; a ciò ancora pentimenti fugaci di uomini malvagi, rapine contro miseri, insulti contro benefattori, abbandoni di chi soccorso chiedeva e pietà; il mondo morale, come il mondo fisico in disordine; ciò che doveva intenerire i cuori, e farli dell'umana miseria conoscenti, vieppiù indurarli ed aspri ed inesorabili farli; gente scelleratissima con opere nefande dimostrare che la cupidigia del rubare e l'infame sfogamento della libidine sopravanzavano, e soffocavano la compassione e lo spavento. Maravigliosa terra di Napoli che sempre dimostrasti essere in te estremo il bene, estremo il male, nè dal consueto stile poterti ritrarre nemmeno la natura orrida e sconvolta: quello dinota eroismo, questo una spaventevole ostinazione.
È impossibile seguire più innanzi nella sua stupenda narrazione del fatto lo storico illustre che a parte a parte lo descrisse; ma verrem da lui traendo ciò che i tratti principali della tremenda catastrofe possa mettere dinanzi alla mente.
Alla state fervidissima dell'anno 1782 era succeduto nelle Calabrie un autunno piovosissimo, nè cessò lo smisurato acquazzone nel susseguente gennaio; che anzi vieppiù per questo conto imperversando il cielo, caddero nell'anzidetto mese pioggie così disoneste e dirotte e precipitose, che la terra calabra, massime quella così detta della Piana, restò altamente danneggiata, non solamente pegli allagamenti dei fiumi, ma ancora per essere stati i terreni viemmaggiormente ammelmati e fatti capaci di dissoluzione. Cotale perturbazione della natura presagiva calamità ancor maggiori, ma niuno si dava a temere che esse fossero per arrivare al totale discioglimento della contrada. Avevano altre volte quei popoli simili pioggie e simili innondazioni vedute, ma, dal guasto dei superficiali terreni e dal danno delle ricolte in fuori, da altri maggiori disastri non restarono afflitti.
Intanto era il nuovo anno giunto al principio di febbraio, mese per fatal destino funesto alla Magna Grecia, e specialmente alla Calabria; perciocchè in esso piombò la fatale ruina sopra i distretti Ercolanense e Pompeiano sotto il consolato di Regolo e di Virginio; in esso fu conturbata, alcuni secoli avanti, la Sicilia e distrutta Catania; in esso nel duodecimo secolo sommosse dai tremuoti non solamente la Sicilia, ma eziandio le Calabrie. Il principio più fatale che la fine, poichè al quarto od al quinto giorno di lui accaddero quegli scroscii della natura.
Correva appunto il quinto giorno di febbraio di quest'anno, ed il giorno era giunto alle diecinove ore italiane, vale a dire, in quella stagione, un poco più oltre del mezzodì. Nell'aria non appariva alcun segno straordinario. Rare e quiete nubi a luogo a luogo il cielo velavano. Nè il Vesuvio nè l'Etna buttavano; Stromboli non più del solito. Sentivasi il freddo, ma non oltre l'usato; il consueto aspetto stava sopra le calabresi cose. Eppure la terra in sè medesima chiudeva un insolito furore. O fossero fuochi, o fossero vapori potentissimi che scarcerare si volessero, quella ordinaria calma dovea fra brevi momenti turbarsi per dar luogo ad un rumore e ad uno scompiglio orrendo. Gli uomini nol presentivano, e senza tema le ore fra i soliti diletti o fra le solite fatiche andavano passando. Ma non gli animali bruti, che inquieti, fastidiosi, spaventati, col correre, col tremare, col gridare, mostravano che alcuna terribil cosa si andava avvicinando, ed aspettavano.
Così un'arcana natura con ispaventosi presentimenti avvertiva del pericolo chi poco o nulla evitare il poteva, mentre di lui conscii non faceva quelli che pel lume della ragione fuggirlo, se non in tutto, almeno in parte saputo avrebbero.
Trascorso era il giorno 5 di febbraio di pochi minuti oltre il mezzodì quando udissi improvvisamente nelle più profonde viscere della terra un orrendo fragore; un momento dopo la terra stessa orribilmente si scosse e tremò. In quel momento medesimo cento città, o non furono più, o dalla primiera forma svolte, quasi informi ammassi di spaventevoli ruine giacquero. In quel sempre orribile e sempre lagrimevole e sempre di funesta rimembranza momento, più di trenta mila umane creature rimasero ad un tratto morte e sepolte. Quale passo da tanta quiete a tanto spavento! Quale conversione da tanta allegrezza a tanto pianto! Quale differenza da tante vite a tante morti!
Non fu breve la cagione dell'orrenda catastrofe: perciocchè scossesi e tremò la terra colla medesima veemenza e fremito ai 7 febbraio, ai 26 ed ai 28, e finalmente ai 18 di marzo una violentissima scossa avvertì i Calabresi che i loro spaventi e dolori non erano ancora giunti al fine, e che, per iscampare dalla morte, su quel suolo infido altro rimedio non vi era che quello di fuggire; ed assai lontano fuggire, posciachè l'ira del cielo sopra di loro non era ancora esausta. Il gravissimo urto di marzo scompigliò, ruppe e rovesciò quanto ancora era rimasto intiero ed in piè, se pure ancora alcuna cosa intiera e sulle fondamenta rimasta era. Giunsesi la disperazione al terrore: ad ogni momento credevano quei miserandi popoli che la terra, spaccandosi in abisso, gl'inghiottisse tutti. Quelli di febbraio esercitarono principalmente il loro furore sopra le città più vicine al Faro; l'ultimo su quelle che verso lo strangolamento d'Italia tra i golfi di Sant'Eufemia e di Squillace sono poste.
Le raccontate scosse squassarono con violentissime urtate la terra, ma fra di quelle non vi fu mai quiete perfetta. Di quando in quando alcune scosse minori si sentivano, e fra di loro un perpetuo ondeggiamento, un andare e venire più o meno manifesto della terra, come se ella divenuta fosse fiottosa, e per cui non pochi travagliavano di quel molesto male che affligge ne' viaggi marittimi coloro che non vi sono avvezzi.
Fatale fu questo terremoto non solamente per la violenza delle concussioni, ma ancora, e forse più, per la diversità e moltiplicità de' moti impressi alla terra. Fuvvi il moto subsultorio, cioè dal basso all'alto, come se qualche orrendo fomite battesse o picchiasse o punzecchiasse l'esterna crosta per farsi via da uscir fuora, in quella guisa stessa che un colpo dato con un grosso martello sotto una tavola orizzontale farebbe. Fuvvi il moto di sbalzo, come se una porzione della terra a modo di fionda i soprapposti corpi in alto scagliasse. Fuvvi il moto vertiginoso, come se la terra in sè medesima si rivoltasse ed una vertigine imprimesse a ciò che toccava, moto che fu il più pericoloso di tutti, e che atterrò molti edifizii che retto avevano ad altri moti, e le superficie de' corpi converse, mettendo le superiori sotto, le inferiori sopra. Fuvvi il moto ondulatorio, il più solito ne' terremoti, e per lo più da Oriente verso Occidente andava. Fuvvi finalmente un moto di compressione dell'alto al basso, per cui i terreni si abbassavano, e, come a dire, si insaccavano, e più fortemente compressi si assodavano. Dal disordine de' moti si argomentava che disordinata fosse la cagione, e che guerra vi fosse sotto, come vi era sopra. Non è da tacersi punto che più sonoro era il fragore, che chiamavano rombo, spaventevole nunzio di estreme sciagure, e più forti erano le scosse che susseguitavano, onde maggiore danno seguitava un maggiore spavento.