«Quindi a molti infelici, seguono a scrivere gli accademici, a' quali riuscì facile lo scampare dal precipizio de' sassi, toccò la disperata sorte di rimanere vittime delle fiamme. Orribile cosa a mirarsi! Chi cercava di guadagnare l'altura de' tetti, chi si affaticava per arrampicarsi alle travi; chi, ora ad una e ora ad un'altra finestra affacciandosi, misurava col guardo l'altezza delle mura, per gettarvisi, e ne rifuggiva spaventato dall'evidente pericolo della caduta. Ma finalmente tutti videro approssimarsi la morte, invocando invano, coll'errare di qua o di là, il desiderato soccorso, impossibilitati a fuggire per le scale già dirute, ed ugualmente privi di coraggio e di modo onde o gettarsi dall'alto o ricevere da' cittadini, dagli amici o da' parenti un aiuto qualunque in mezzo alla medesima loro situazione.»

L'incendio infuriava. Oltre allo scompiglio delle cadenti mura e il terrore e la fuga de' cittadini, che impedivano le azioni dello spegnere, un irresistibile alimento aveva la fiamma nella furiosa bufera, che chiamarono aeremoto, la quale, quando più la terra si scrollava ed il fuoco imperversava, soffiava terribilmente con direzione incerta, anzi con buffi vorticosi e disordinati. Una casa de' Ceraselli, già percossa e conquassata dal terremoto, fu dal vento svelta, di lancio gettata, e sparsa in frantumi sopra il suolo. Pareva veramente che quivi ed in que' momenti il mondo, sottosopra andando, fosse arrivato alla sua fine.

Col fuoco, coll'aria, colla terra i Messinesi avevano a fare. Ma il mare non s'indugiò a concorrere colla sua vasta mole a loro distruzione e morte. Sollevossi quella mortifera e devastante inondazione, frutto del marimoto di cui abbiamo, favellato e che ai Scillitani diede tanto spavento ed arrecò gli ultimi danni. Lo smisurato e furiosissimo fiotto con incredibile violenza entrò a turbare il tranquillo letto del porto, superò la panchetta, traboccò fra di essa ed i grandi edifizii del teatro marittimo, e tutto quello spazio allagando, di arena e di marino fango il coverse. Aprissi in tale modo ed in que' funesti momenti una scena di mostruosa e multiforme rivoluzione di natura, e si trovò chiuso ogni passo alla fuga ed allo scampo.

Troppo lunga e noiosa narrazione sarebbe il numerare tutti i luoghi o nabissati o infranti. Basterà il dire che i tempii più ragguardevoli furono o sconquassati o altamente lesi o lievemente percossi. Oltre la ruina de' begli edifizii del teatro marittimo, moltissimi casamenti nobili, graziose stanze di magnati, abbellite da tutte le arti più industri, furono o posti a soqquadro intieramente o gravemente maltrattati. Le fabbriche delle opere pubbliche non incontrarono sorte migliore. Una parte del grande spedale fu ridotta in pessimo stato. Il palazzo reale rotto e diroccato in più parti, il seminario una congerie informe di sassi, la parte maggiore del convitto di educazione un ammasso di ruine, l'archivio della regia udienza sepolto sotto i rottami, la porta dell'Assunzione quasi disfatta, il palazzo senatorio screpolato tutto ed in parte diroccato, e di quasi tutte le case, che più o meno offese restarono, tetti di peso divelti da' loro appoggi e sbalzati in aria, poi caduti a sfasciarsi e stritolarsi del tutto in terra; il convento de' teresiani, uno de' più danneggiati. La cupola della chiesa del Purgatorio arrandellata di piombo sui tetti d'una casa vicina. Mirabile fu il vedere il campanile del duomo tagliato, per così dire, per filo d'altezza, e una metà rimasta in piè, l'altra diroccata a terra, come se spaccato dalla cima alla base da una potente scure stato fosse.

Tra mezzo a così rovinoso tumulto e scroscio poco più di settecento persone in così popolosa città perirono; imperocchè, ai primi insulti del terremoto, i cittadini fuggirono precipitosamente e al disteso sui campi liberi alla campagna, dove, alzato avendo tende e baracche, attendevano a dimorarvi sino a tanto che quell'insolito furore si fosse estinto. Così l'immagine della vita s'era trasportata fuori; morte, silenzio e solitudine regnavano in Messina. L'uomo sentiva raccapriccio ed orrore per le desolate contrade della vasta città trascorrendo, dove nè anima vivente vedeva che movesse, nè suono sorgere che le orecchie gli percuotesse, udiva, se non quello d'alcune porte o finestre ancora attaccate ai muri e dal vento sbattute come in abbandonato e deserto edifizio. Avresti detto una città percossa e devastata dalla peste.

Ai 5 di febbraio non vi fu mai riposo compito dal terremoto, scuotendosi continuamente ora con maggiore scrollo ora con minore il suolo. Bene successe ai Messinesi la prudenza in appresso; imperocchè ai 28 di marzo, come in Calabria, così ancora in Messina, preceduta da molte scossette, venne una scossa violenta che parve che quello fosse l'ultimo giorno per la città già cotanto desolata e deserta. Novelle grida di stupore e di terrore si alzarono allora di sotto le tende e le baracche, grida commiste di uomini e di donne, di vecchi e di fanciulli cui pietà prendeva degli antichi abituri. Non poche spaccature di terra si aprirono in Messina, ma non però di quella lunghezza e profondità che si osservarono nella Piana di Monteleone. Alcuni narrano che da queste aperte bocche usciti fossero aliti ferventi e di fetore sulfureo; ma con migliore osservazione fu accertato che piuttosto chimere d'immaginazioni percosse deggiono stimarsi, che testimonianze d'uomini prudenti ed amatori della verità. La prossimità dell'Etna spirava queste fole, sembrando al volgo che un terremoto ed un così estremo conquasso avvenire non potessero senza che quel colossale e rabbioso monte vi avesse parte e cagione ne desse. Ma fatto sta, che, se egli operò di sotto, non operò di sopra, nè con fuochi o con aliti o con fumi la sua immensa forza manifestò.

Fuvvi altresì chi s'immaginò avere sentito impresse di calore le acque accavallate sui lidi nel momento del terribile marimoto; ma anche questa fu una chimera di mente inferma. Bene è vero che le fontane e i pozzi per alcuni giorni si disseccarono; il che aggiunse miseria all'estremo travaglio prodotto dalle altre cagioni. Il terreno sotto la panchetta e del contiguo stradone parve infangarsi e divenir molliccio, ma però non eruttò melma. Forse la cagione che dalle profondissime interiora della terra procedeva, quivi fu meno attiva che nella Calabria, e non ebbe sufficiente forza per ispingere sino alla superficie le fanghiglie, e produrre quei vomiti di materia cretacea.

Le spaventevoli catastrofi accaddero fra popoli di fantasia vivissima e molto dediti alla religione, la quale nelle menti rozze e poco illuminate degenera facilmente in superstizione. Onde non è a maravigliare se nei paesi percossi si osservarono cose singolari: apparizioni straordinarie, predizioni portentose, e cerimonie e riti stupendi. Tre giorni dopo il fine del disastro, fatta una processione, cantarono l'inno delle grazie: ringraziavano, abbenchè fossero senza pane, senza roba e senza tetto; lodevole radice di pietà anche nella miseria.

I costumi, ciò nondimeno, non erano nè diventarono migliori; che anzi, come a segni non menzogneri apparve, peggiorarono e nel pessimo diedero. Fra tanti dolori, una sfrenata cupidigia del far suo quello d'altrui i feri animi di quei popoli dominava. Come ogni cosa era in confusione, così adoperarono come se credessero che ogni cosa fosse comune, e ciascuna di tutti; nè la compassione per altri nè il proprio pericolo valevano per ritenergli che in abbominevoli latrocinii non si precipitassero. Userem le parole del Dolomieu, siccome quelle che pingono al vivo la condizione di quel tempo, e dimostrano quale creatura sia l'uomo quando è sciolto dal freno delle leggi, quantunque Dio minacci e colla sua terribil voce faccia sentire che pronto e presto è il castigo.

«Mentre una madre scapigliata, scrive l'egregio Franzese quale nelle sue Storie il traduce il Botta, e coperta di sangue andava domandando alle ruine stesso ancora fumanti il figliuolo, cui, mentre nel grembo il portava fuggendo, le aveva tolto la caduta di una rovinosa trave; mentre un marito affrontava una morte quasi certa per ritrovare una diletta sposa, si vedevano mostri con faccie d'uomini precipitarsi in mezzo a muri traballanti, bravare il pericolo più orrendo, calpestar uomini mezzo sepolti che di pietà e di aiuto gli richiedevano, per andar a saccheggiare la casa del ricco e soddisfare ad una cieca cupidigia. Costoro spogliavano vivi tanti infelici, i quali avrebbero loro date le più generose ricompense, se al lagrimevole caso loro avessero prestato una mano soccorritrice. Io ho alloggiato a Polistena nella baracca d'un galantuomo che fu seppellito nelle ruine della sua casa, le sole gambe scoperte per aria: il suo domestico gli tolse le fibbie d'argento, e se ne andò via senza volergli dare aiuto per disseppellirlo. Generalmente il popolo della Calabria ha mostrata una depravazione incredibile di costumi nel mezzo agli orrori de' tremuoti. La maggior parte degli agricoltori era all'aperto nelle campagne quando successe la scossa dei 5 febbraio, e accorsero subito nei paesi ingombri di polvere, non per prestare soccorso, ma per saccheggiare.»