Sin qui il veridico Dolomieu; ma direm cosa ancora più orrenda e pur anco vera, ed è che questi uomini spietati, se soli erano ed in deserti luoghi, rubavano e lasciavano in vita i miserabili sepolti senza punto nè delle loro grida, nè delle loro strida curarsi; ma quando temevano che alcuno li vedesse o gente sopraggiungesse, ammazzavano o calpestavano, soppozzando o con rottami acciaccando coloro, cui rubato avevano, più crudi in ciò che l'orrido flagello che allora la patria sobbissava. Nè età, nè sesso, nè memoria di benefizii valevano per fare che quelle spietate tigri s'impietosissero. Tutti soffocavano, purchè chi soffocato era, avesse cosa che utilmente pel rubatore gli potesse venir tolta. Fieri esempi massimamente d'ingratitudine sorsero. I servitori i padroni, i coloni i proprietarii spogliarono. Ciò facevano per istinto, ciò facevano per un barbaro raziocinio. Credevano che la fortuna avendo tutto sconvolto, e tutti nella medesima sciagura involti, e la condizione del ricco uguagliata a quella del povero, avesse lasciato i beni in preda alla forza ed a benefizio del primo occupante. Quindi è facile a comprendersi qual barbaro governo si facesse, nei primi dì dell'orribile percossa, delle leggi, delle sostanze, della santa religione, della sacra umanità. Orride cose faceva la natura, ancor più orride ne facevano gli uomini.

Nè vuol tacersi che la sporca lussuria trovò anche luogo fra tante angosce, fra tante ruine. Fu una peste peggiore del rubare, perchè quella era mescolata colla speranza, questa accompagnata dalla disperazione. Nè tacere pur devesi che chi doveva meno partecipare in queste sporcizie, non meno degli altri dentro vi s'immerse, e nell'universale dissoluzione fu provato che sventura non rompe libidine.

Pronta e di breve tempo fu la distruzione, ma il ristaurare tante ruine e l'emergere da tanto conquasso, il ricuperare quanto s'era perduto fu opera di più lunga fatica e di maggiore momento. Ond'è che si videro le popolazioni fuggite alla rabbia del terremoto in punto di perire per la mancanza dei sussidii al vivere necessarii. La stagione era in quel mentre d'assai e oltre l'usato inclemente, regnando sempre pioggie molestissime e un freddo anzi rigido che no. Le ingiurie del tempo tormentavano i miseri scampati, li tormentava ancora più la fame. Tutti i generi, che al vestire dell'uomo ed a cibarlo servono, erano stati o distrutti o sotto le rovinate fabbriche sepolti. L'olio quasi tutto miseramente a terra sparso: sparsesi o perdessi la più gran parte del vino o per la rottura delle botti o per lo sprofondarsi delle volte. Quel vino poi che potè essere preservato, nelle sue più intime parti corrotto, non acquistò mai più nè la sua vigoria nè la sua purità. L'aceto stesso fiacco e privato del suo spirito e del suo gusto divenne. La medesima tempesta annientò le biade che nei granai erano riposte. Dissotterrossi in progresso di tempo il grano che nelle fosse all'uso del paese si conservava; ma di niuna utilità fu, perchè fracido si estrasse e d'ingrato odore o ciò fosse per l'acqua che per le insolite fessure in quei penetrali aveva trovato la via, o per altri influssi sorti dalle parti più interne e più basse, da cui la naturale economia dei grani fosse stata contaminata e guasta.

Nè solo mancarono i generi, ma ancora le officine e gli artifizii, per cui si ammorbidavano ed all'uso degli uomini atti e confacenti si rendevano. La pallida fame incrudelì per ogni parte, e fu la prima e la più terribile seguace del terremoto. Nè modo v'era in quel punto di rimediarvi. Le strade giacevano così altamente ingombre di rottami e di ruine, che il portare le vitali derrate dai paesi ove abbondavano a quelli a cui mancavano, era opera difficile, anzi in quei primi momenti d'impossibile esecuzione. Arrogevasi all'universale disgrazia che essendosi o guasti i fonti per la corruzione delle acque o disseccati per avere le polle interne preso altre vie, negavano all'afflitta popolazione il solito refrigerio; e quando non pioveva più, chi presso ai fiumi non abitava, sperimentava quanto fosse crudo il tormento della sete.

Da tanti stenti, da tanti strazii, da tanti dolori, da tanti terrori si generarono con una marcigione orribile malattie mortali, massimamente di febbri di mal costume, per cui era tolto di vita chi da tanti rischi di morte già era scampato. La fame, la sete, i perpetui lamenti di chi era rimasto storpio o ferito, o di chi da ferale febbre era consumato ed arso, il tetro aspetto dei cadaveri insepolti o chiusi sotto le rovine, donde altro segno di sè non davano che un incomportabile fetore, o gettati sui roghi ad incenerirsi, formavano un misto tale, che da lui altro non poteva nascere che l'ultima desolazione e la totale dissoluzione della società. Che leggi, quai magistrati, o qual lume di ragione, o qual impulso di sentimento potevano resistere a cruciamenti che piuttosto erano quelli, per così dire, delle anime dannate, che di creature nella luce di questo mondo ancora viventi?

Umanità e religione si scossero in così fatale momento; non mancarono gli umani provvedimenti. Sorse alla voce di tanti miseri il governo del re Ferdinando, e prontamente con animo da beneficenza compreso, e con mezzi quanto potè più efficaci a quegli estremi bisogni accorse. Elesse al pio ufficio uomini che sapevano e volevano secondarlo, un Pignatelli in Calabria, un Caracciolo in Sicilia. La fame, la mala consigliatrice fame più d'ogni altra necessità pressava; alla fame adunque per le prime provvidero. Nè fredda o lenta, ma accesa e spronata fu la benignità di chi comandava e di chi obbediva. Soccorsero con mandar generi di vitto prestamente nei luoghi più danneggiati, innumerabili braccia al racconcio delle terre lavorando. Si fecero incontanente assettare molini e forni, ed, antivedendo qualche nuovo conquasso, ordinarono, là dove l'opportunità era maggiore, conserve di grani, di farine, di biscotto, onde, ad ogni tristo accidente che sopravvenisse, potesse essere in pronto il compenso. Non solamente nei primi dì della fatale sventura, ma per molto tempo ancora una moltitudine quasi innumerabile d'uomini affamati e per fame languenti furono sostentati dai soccorsi che dalla mano regia provenivano. Provvidesi eziandio, poichè malizia umana è così grande che fa negozio della miseria altrui, con ordini adatti e severissimi, che siccome i commestibili si somministravano, così ancora il loro trasporto da un luogo all'altro, e l'acquisto sul luogo fosse agevole, retto e non incomodo nè al venditore nè al compratore. L'annona regia largiva il vitto, la supellettile, le vesti; l'erario il denaro. Per ogni lato, per ogni canale scorreva il fiume della beneficenza sopra gl'infelici percossi. Il governo faceva da sè e per sè, ma non tralasciò il pensiero di raccomandare ai baroni che pronta ed amorosa cura avessero dei loro vassalli. Quanto alle città regie, cioè quelle che, esenti da baronaggio essendo, alla sola autorità del re soggiacevano, furono loro dall'erario pubblico, per quel medesimo fine di soccorrere chi pativa, distribuiti larghi sussidii.

L'immensa forza che aveva conquassato la terra, aveva eziandio la sopraffaccia sua sconvolta tutta e coperta di ruine. Ondechè la maggiore difficoltà che s'incontrava nel condurre a compimento il pietoso ufficio era appunto la malagevolezza delle strade, come già più sopra abbiamo osservato. Quasi isolate erano le città, isolati i villaggi. Ad un male così grave sopperire non potevano le languenti braccia dei Calabresi superstiti, nè l'animo afflitto, nè il numero scemato. Misersi in opera le compagnie provinciali che nuovamente, non a questi usi di sciagura, erano state ordinate. Fu loro comandato che nella ulteriore Calabria gissero ed in pro degl'infelici abitatori a sgombrar terre, a sollevar rottami, a racconciare strade, ad inalveare fiumi, a prosciugar paludi, a dar corso a stagni si adoperassero. Le soldatesche mani quivi non a micidiale, ma a conservatrice opera con provvidissimo consiglio mandate, molto volentieri vi attesero. Deposti i fucili e le sciabole, presero in mano vanghe, uncini, picconi, zappe, funi, e racconciarono coll'arte ciò che la natura aveva stravolto e scomposto. Quanti cadaveri trassero dai muti abissi, quanto prezioso mobile dai rovinati edifizii, quanto oro, quanto argento, quanti nobili arredi tra il fango, i sassi ed ogni lordura giacenti!

«Dicasi senza sospetto, scrivono i lodati accademici di Napoli, dicasi senza sospetto di adulazione; fu mirabile cosa a vedere i tardi nipoti de' valorosi Bruzii e degl'industri abitatori di tal parte della Magna Grecia comportarsi con tale e sì costante intrepidezza e fedeltà, che non può abbastanza lodarsene il coraggio, con cui si esposero a sì difficile impresa, la rassegnazione colla quale si prestarono ai comandi di que' prodi uffiziali che in tanto penoso impegno ne diressero le operazioni, e l'ottima fede colla quale religiosamente custodirono tutto ciò che essi dalle ruine disotterrarono. Si videro in brevi giorni sgombrate le più vaste ruine, riaperte le strade e facilitati i modi, onde potersi la sbandata gente riunire e sovvenirsi a vicenda. Ritornarono al bene e al comodo della popolazione gli ori, gli argenti, le suppellettili, i commestibili e que' generi di prima necessità che non erano stati o guasti o distrutti.»

Speciale ordine dal principe e da chi la benefica sua volontà eseguiva, ebbero questi pietosi e forti soldati di avere cura principalmente di rinvenire e conservare le scritture, onde si regolavano gl'interessi e lo stato delle famiglie. Come a loro fu comandato, così fecero. Impedissi a questo modo uno scompiglio, una crudele confusione che sarebbe stata d'infiniti danni e di acerbi sdegni troppo feconda cagione.

Fra di queste benefiche operazioni che un paese vasto ed una numerosa popolazione a novella vita chiamavano, una tristissima vista rendeva funesti gli animi. Disotterravansi a luogo a luogo, a ora a ora dai diroccamenti e dai dirupamenti gli ammaccati cadaveri. Sorgevano pianti di chi riconosceva i suoi più cari, compassione e smarrimento era in tutti. Vedendoli, contemplandoli, ognuno comprendeva quanto fosse grande il calabrese ed il siciliano infortunio. Rotti erano i corpi estinti in varie ed orribili guise, molti sformati talmente e dall'antico aspetto tanto diversi, che più non si riconoscevano. Putivano per putredine: un infame odore anticorriero e seme di mortali malattie per le città e per le campagne si diffondeva. Al quale fomite d'aere pestilenzioso maggiore forza era aggiunta dalla puzza che usciva dai sepolcri stati sommossi, aperti e scoperti dalla violenza del terremoto. Vedevansi per gli spaccamenti e scosci dei monti scendere i cadaveri per lo innanzi chiusi nei loro avelli, o sul suolo stesso sconvolto apparire in sembianze orrende. Il pericolo era grave che i morti ammazzassero i vivi. Ebbesi dai magistrati regii nel miserabile frangente, cura della salute pubblica.