Per provvidenza generale ordinarono ciò che per provvidenze particolari già si era fatto in alcuni luoghi. Vollero che si accendessero i roghi per dovunque abbisognasse, e che i cadaveri vi si incenerissero. Abborriva sulle prime il volgo da un ufficio che siccome insolito era, così ancora crudele ed inumano gli pareva. Ma tra per promesse, persuasioni e comandamenti si venne a termine che il salutare editto si mettesse ad esecuzione. All'odore putredinoso si mescolava l'odore delle carni e delle ossa arse: il che cagione era di sommo ribrezzo ed abbominazione.

Per andare all'incontro di così molesto senso, e per resistere ai fatali effetti del fetore, si bruciavano nel medesimo tempo materie odorose in grandissima copia, onde una densa e perpetua nube di profumi la tristissima scena avviluppava, e meno orribile la rendeva.

Rivolsero anche il pensiero a chiudere le squarciate fauci dei sepolcri con ampie e ferme masse di materiali atti ad impedire il velenoso fiato che dalla putrescenza ne usciva.

Questi consigli e provvedimenti sortirono l'effetto desiderato nelle Calabrie, ma non sì però che un influsso mortifero non le desolasse, e molti fra i più non mandasse. Ma la salutare efficacia se ne conobbe in que' luoghi, dove con maggiore diligenza furono mandati ad esecuzione; imperocchè o le popolazioni ne furono preservate del tutto, o il morbo con minore veemenza v'incrudelì, o più breve durata ebbe. Per le prudenti e forti deliberazioni del vicerè di Sicilia Domenico Caracciolo, Messina ne restò intieramente esenzionata. Vi si piansero morti pel furore della terra e del mare, ma non per la forza delle malattie.

Terminati i fieri e crudi disastri, rimase lungo tempo nei popoli stupore, terrore ed orrore. Chi per gl'infelici luoghi viaggiava, vedeva uomini che a manifesti segni dimostravano essere stati tocchi da uno straordinario furore d'elementi e da un immenso infortunio. Oltracciò, ad ogni tratto si temeva che la potente e rabbiosa natura delle Due Sicilie di nuovo si mettesse in travaglio, e quanto aveva lasciato intero o non intieramente distrutto rompesse e disciogliesse. Una densa e fetente nebbia ingombrò per parecchi mesi, non solamente il teatro di tante tragedie, ma ancora tutta l'Italia con parte della Francia e della Germania.

A dì 29 d'aprile del presente anno cessò di vivere Bernardo Tanucci, ministro napoletano. Da qualunque lato si guardi il lungo politico aringo corso da Tanucci, indarno si cerca quale cosa potuto abbia servire di fondamento all'alta riputazione in cui levossi da vivo e che nol lasciò dopo morte.

La setta popolare e l'uso di recare le cose a maggior vantaggio dei più prevalevano. Il secolo si volgeva principalmente contro i residui degli ordini feudali, contro gli abusi, se mai ce ne fossero, e le esenzioni del clero, contro i privilegii, di cui la nobiltà ed il clero stesso godevano. A migliore egualità si volevano le cose tirare; a maggiore dignità si andava la natura umana riducendo.

Vivo esempio del secolo era l'imperadore Giuseppe. Ora il vediamo visitare di nuovo l'Italia con quel solo apparato che la virtù ed il ben volere gli davano. Partito dall'imperiale residenza di Vienna nel dì 6 dicembre, passato per Mantova, Parma e Modena, e tre giorni a Firenze col fratello granduca trattenutosi, a Roma sull'ora del mezzodì del dì 23 di tale mese inaspettatamente arrivò. Vide Roma e Pio, a cui disse restituirgli la visita. Per soddisfare ai curiosi di queste cose, si dica, ch'ei portava l'abito schietto dei suoi ufficiali, bianco con mostre di velluto rosso; per abitazione aveva la casa del cardinale Herezam, suo ministro; per tavola, quella d'un albergo vicino a piazza di Spagna. La vigilia di Natale assistette ai primi vespri in San Pietro, poi vi udì il mattutino e la messa di mezza notte. Erasegli apparecchiato un magnifico inginocchiatoio con cuscini e tappeti di velluto e d'oro; ma in quel luogo ed avanti il cospetto di colui che il più alto adegua agl'imi, il ricco seggio ricusando, inginocchiossi a terra, come se uno del popolo fosse, ed a terra prostrato pace al mondo e felicità pe' suoi popoli pregò. In mezzo alle romane grandezze umile e modesto si mostrò, grandezza più grande di tutte. Il dì seguente poi recossi alla messa solenne cantata dal papa con tanta maestà, con tanta pompa e con tale concorso di popolo, che vincitrice in quel giorno veramente appariva la cattolica religione. Gustavo di Svezia stesso, che con Giuseppe d'Austria a que' dì ai sublimi riti assisteva, maravigliato restonne e tocco. Non era già uomo da convertirsi, ma da considerare, come fece, con quanta maggiore efficacia delle protestanti la religione cattolica possa con le sue pompe esteriori operare a pietà e riverenza verso Dio, ed amore e beneficio verso gli uomini.

Giuseppe visitava Roma, e salutato di nuovo il pontefice, partì per Napoli, onde vedervi quell'ameno e grande paese, il re Ferdinando, la regina Carolina e la duchessa di Parma, sua sorella, alla quale portava particolare affezione. Spezialmente poi desiderava di conversare coi sommi filosofi che allora Napoli abitavano ed illustravano. Grandi balli, grandi festini, e soprattutto grandi cacce vi si facevano. Di ciò Giuseppe si dilettava, ma non vi aveva capriccio. Per sollievo di spirito, non per tenore di vita que' piaceri prendeva. Meglio si dilettava di vedere Filangeri, meglio di visitare gli ospedali e gli ospizii, meglio di ammirare quel dilettoso clima, quella potente natura che indicano dover pure chi vi regge fare per chi vi abita quanto essi hanno fatto; e che certo gli abitatori vi sarebbero felicissimi. Grande disparità era in tutti i paesi tra la bontà della natura ed il rigore delle instituzioni, ma in nessun luogo più grande che in Napoli.

MDCCLXXXIV