Anno di
Cristo
MDCCLXXXIV
. Indiz.
II
.
Pio
VI papa 10.
Giuseppe
II imperadore 20.
Continuando a trattenersi in Napoli, il principe austriaco vide ancora molto volontieri Carlo di Marco, come veduto avrebbe Tanucci, morto l'anno precedente[1], per opera de' quali principalmente a migliore condizione s'incamminavano ogni giorno le cose del regno. Vide anche volontieri Acton, che delle cose marineresche principalmente aveva cura, e che allora, non essendo ancora nati tremendi furori in esteri paesi, non era ancora acceso di que' furori egli stesso che il resero, alcuni anni dopo, cotanto diverso ed acerbo.
Già s'erano fatte in Napoli, e si andavano preparando deliberazioni che di non poco contentamento riuscivano al sovrano di Vienna. Abolivansi i privilegii baronali, i comuni si proteggevano, gli ordini giudiziali si miglioravano, si voleva che i giudici motivassero le sentenze. Molto si faceva, eppure molto ancora restava da farsi. Ciò quanto al civile e lo economico; quanto alle cose di giurisdizione mista, si procedeva anche, ma con lodevole prudenza, a riforme. Le appellazioni a Roma furono tolte, e soppresso il tribunale della nunziatura, soppresso del tutto il tribunale dell'inquisizione. Già si parlava di sopprimere i conventi stimati inutili; già si pensava di far dipendenti dagli ordinarii e troncar loro ogni dipendenza da' generali di Roma: già un Michele Torcia aveva presentato alla suprema giunta della Calabria uno scritto, per cui provava che i claustrali costavano alla nazione più di nove milioni di ducati all'anno, onde molti, tra per la condotta, l'inscienza, le maniere e l'enorme prezzo, erano ormai venuti a noia a tutti. Quelli che fra di loro di buoni studii erano nudriti e di retti costumi informati, i quali non erano pochi, non bastavano per lavare le note che sulle spalle di quegli altri erano state impresse.
Grati suoni venivano anche a Giuseppe dalla Sicilia. Domenico Caraccioli, marchese di Villamarina, uomo di alto spirito e d'animo volto a benefizio dei popoli, governava col grado di vicerè quell'isola sino dal 1781. Personaggio era che molte regioni avendo peragrate, e molte cose vedute in Francia e in Inghilterra, e di purgato intelletto essendo, di suo proposito si moveva, e da sè medesimo sanamente deliberava. Ma, oltre la capacità e volontà propria, si consigliava col Napolitano Saverio Simonetti uomo di non mediocre valore, e che, stato prima luogotenente della sommarìa in Napoli, era poi stato eletto segretario di Stato per la grazia e per la giustizia. Quanto di bene in Sicilia si fece a que' tempi, da questi due uomini riconoscere si debbe, ma forse ancora più dal Simonetti che dal Caracciolo; imperocchè il primo, siccome più prudente, più consigliatamente procedeva; mentre il secondo, siccome più focoso, dava qualche volta negli scogli che non sapeva nè voleva evitare.
Erasi già stabilito da' ministri di Napoli che il tribunale dell'inquisizione anche in Sicilia con un modo pacifico, e senza che il papa molto se ne risentisse, si sopprimesse; quest'era il non provvedere le cariche degli inquisitori a misura che venivano vacando. In fatti, vacato uno degli inquisitori, non aveva avuto surrogazione, e vacato anche il secondo, non si pensava a dargli un successore. Il supremo inquisitore Ventimiglia acerbamente si lamentava, rappresentando che fosse meglio annullare del tutto il tribunale che lasciarlo sprovveduto d'inquisitori; perciocchè, se dannoso era stimato, la soppressione faceva l'effetto che si desiderava, e nissun bisogno vi era di aggiungervi lo scherno, col lasciare le cariche vacanti. Caraccioli, presa occasione da questa rappresentanza, instò presso il governo supremo di Napoli, affinchè il tribunale finalmente fosse tolto. In fatti, vi fece passare una provvisione, per cui fu espedita l'abolizione del tribunale.
Imperfetti erano certamente gli ordini del parlamento di Sicilia, ma pure servivano, massimamente per le tasse, di salutare freno al governo. Il Caracciolo applicò l'animo a migliorarli. Grande vizio era nel modo con cui si formava la deputazione del regno, la quale, fra una tornata e l'altra del parlamento sedendo, alla perfetta esecuzione delle leggi sancite vegliare doveva; conciossiachè accadesse che essendo i baroni di grande potenza, risultava per l'ordinario ch'ella fosse quasi tutta composta di baroni, o di qualche cadetto nobile. Dal che procedeva che piuttosto agl'interessi di chi più poteva che a quelli di chi poteva meno si avesse riguardo. Il buon vicerè, per andare all'incontro di un così grave disordine, e ridurre quella forma politica al suo primiero e più utile instituto, ordinò che sempre alla deputazione fossero eletti quattro ecclesiastici pel braccio ecclesiastico, quattro baroni pel braccio baronale, e quattro deputati delle città libere pel braccio demaniale. Per tale ordinamento si videro assunti alla deputazione ed ecclesiastici e gentiluomini in compagnia de' baroni; cosa che fu di grande contento ed utilità ai Siciliani.
Il parlamento in ciò giovava, che la Sicilia non venisse molto aggravata dalle contribuzioni, ma portava con sè l'inconveniente che i pesi fossero a rovescio ripartiti; perchè i baroni, pretendendo certe ragioni di esenzione, alleggerivano i feudi ed aggravavano gli allodii. Per la qual cosa il vicerè ed il suo savio consigliere Simonetti proposero che i beni si allibrassero, e tutti, nissuno eccettuato, a proporzione del loro valore, ai pubblici pesi soggiacessero. Ma i baroni, che si sentivano percuotere nell'interesse, fecero in Napoli un tale contrasto, che per lungo tempo all'utile e giusto pensiero si soprassedette. Il loro principale argomento in ciò consisteva, che le esenzioni e privilegii, di cui ora si trattava di privarli, non erano punto a titolo gratuito, ma bensì un contraccambio ed un compenso di certi obblighi speciali ch'essi soli avevano verso la corona, massimamente ai tempi di guerra contratti. Protestavano essere ingiusto giudizio il venire accomunati da una parte e restare gravati dall'altra.
Tutto l'andamento di Caraccioli fu quello di abbattere i privilegi baronali e la feudalità. Quindi aveva sempre caro di proteggere i vassalli contro i baroni, e quelli fra i magistrati, che in pro dei primi e contra i secondi giudicavano le cause, accarezzava. Per lo che suscitati i popoli a quel favorevole vento, generalmente si muovevano contro i diritti dei rispettivi baroni, e innanzi a' tribunali quasi ogni giorno risuonavano querele contro i diritti proibitivi di caccia, di forni, di fattoi, di pedaggi, di dogane interne, dei pagamenti detti di terraggio e terraggiuolo, e di simili altre angherie odiose per l'origine, pregiudiziali per gli effetti. Il commercio in fatti e l'agricoltura per essi sommamente pativano, e la libertà dell'operare nelle cose necessarie alla vita ne restava grandemente offesa. Non disformi alle querele erano le sentenze, per le quali quasi sempre i signori ne andavano con la peggio, onde appoco appoco un nuovo diritto pubblico più conforme alla egualità si andava creando, e le gravezze dei popolani si allentavano.