Tutto il tempo che Giuseppe, di Napoli partito fermossi in Italia, Gustavo di Svezia si trattenne a Napoli. Parea che i due sovrani non avessero gran piacere di trovarsi insieme in alcun luogo. Per tanto, restituitosi il re di Svezia a Roma il dì 10 di marzo, vi rimase sino al 19 di aprile, i maggiori riguardi al capo della Chiesa cattolica dimostrando, e colle maniere cortesi ed affabili la benivoglienza dei Romani conciliandosi. Andato una mattina a vedere il museo, vi trovò come a caso il pontefice, e, trattenendosi seco in conversazione presso a due ore, formò il soggetto d'un bellissimo quadro del celebre pittore franzese Gagneraux.

Assistendo alle funzioni della settimana santa, veramente magnifiche nella principal chiesa dell'universo, non si potè, che pieno di ammirazione non si manifestasse avere i protestanti il torto nel criticare la pompa delle cattoliche funzioni; poichè, essendo ai popoli la religione necessaria, era ben fatto circondarla con tutto ciò che può renderla agli occhi umani rispettabile ed augusta.

Non per tanto, temendo quel monarca che i suoi popoli, della setta di Lutero seguaci, nol credessero disposto rinnovellar l'esempio dato un secolo prima dalla regina Cristina, e assicurarli volendo del suo attaccamento al culto del proprio paese anche in mezzo alla cattolica Italia, pose la romana tolleranza ad uno stranio cimento. Ordinò che fosse alla meglio preparata una cappella nella sala del palazzo che abitava, ed ivi assistette divotamente ad un discorso assai lungo del barone di Taube, vescovo svedese, suo primo predicante e cappellano di corte, accorso da Stoccolma a Roma per adempire ai doveri del suo ministero, e alla celebrazione delle cerimonie pasquali secondo la confessione di Augusta, e con i cavalieri, con tutta la gente della sua comitiva e con altri luterani forestieri che trovavansi a Roma, la cena conforme ai riti di detta confessione ricevette, alla funzione ammettendo quante d'ogni classe persone vollero concorrervi.

Mandò in dono Gustavo al papa le medaglie dei sovrani e degli uomini più insigni in diversi tempi dalla Svezia prodotti; ed essendo andato a visitare il collegio di Propaganda, fu a lui offerto un omaggio che indarno sarebbesi cercato ed ottenuto in qualunque altro paese: il suo elogio in versi, stampato in quarantasei diversi linguaggi antichi e moderni. La sorpresa del re fu viva, e soprattutto vivamente espressa.

Congedatosi Gustavo da Pio, per la via di Firenze e Parma giunse a Venezia il giorno 3 di maggio, e Venezia con la solita sua splendidezza delizioso e grato rese al monarca il suo soggiorno, con regate e balli i più sontuosi. Di qui partito, passando per Milano e Torino in Francia, al suo regno affrettatamente il richiamarono le vicissitudini della Danimarca.

Già da quindici anni il granduca Leopoldo felicitava la Toscana. Non solo la Italia, ma l'Europa tutta ammirava la saviezza delle sue leggi, e applaudiva all'affetto dei sudditi pel sovrano. Ne abbiam fatto più d'un cenno negli anni precedenti, non meno che delle riforme tanto nel civile quanto nell'ecclesiastico da lui fatte. Ma ciò non ostante, e quantunque delle cose ecclesiastiche sia per presentarsi altrove l'occasione di parlare, non può tacersi delle forme politiche, le quali, secondo che alcuni scrivono, egli voleva dare alla felice provincia. Narrano adunque ch'egli avesse in animo di statuire, per suprema legislazione dello Stato, quanto segue:

Che alla creazione della legge dovesse intervenire il voto del granduca e quello della nazione;

Che la legge dovesse consegnarsi al granduca per l'esecuzione; perciò fosse investito dell'autorità e del comando della forza, siccome per la legge constituita veniva ordinato;

Che la nazione rappresentata fosse dalle assemblee comunitative, dalle provinciali e dalla generale;

Che la petizione fosse libera ad ogni individuo maschio sopra ai venticinque anni davanti alle assemblee comunitative del luogo di suo domicilio, ma per oggetti meramente locali e compresi nelle facoltà dei magistrati delle medesime comunità;