Queste ferite tanto più addentro andavano a penetrare nel cuor del pontefice, quanto più nel regno stesso di Napoli le medesime o poco dissomiglianti dottrine si professavano. Pareva, ed ai principi massimamente, che le dottrine che in Toscana prevalevano, non solo la disciplina ristorassero, ma ancora la potenza temporale alla libertà ed alla indipendenza da' romani pontefici restituissero. Perlochè con piacere si abbracciavano, con celerità si propagavano, con calore si difendevano. Ma nel regno delle Due Sicilie erano alcuni particolari motivi per cui le medesime dottrine, che suonavano parole tanto gradite di libertà e d'indipendenza, fossero dal governo medesimo più volonterosamente ed accettate e difese. Da quanto si è venuto ne' precedenti anni discorrendo si vede che colà pure i medesimi tentativi si facevano che nella Lombardia austriaca ed in Toscana circa alla disciplina ecclesiastica, ma con maggior ardore, come si disse, a cagione delle controversie politiche con Roma. Composte aveva Pio VI, al cominciamento del suo regno, o almeno acchetate le controversie che sussistevano colla corte di Napoli; ma ben tosto si rinnovarono più ardenti, e forse contribuì ad accenderle l'intolleranza del nunzio pontificio, il quale ancora in quest'anno in Napoli trovavasi. Perdette Roma il tributo della chinea, nè giovarono a ristabilirlo le erudite allegazioni del cardinale Borgia ed altri scritti d'ordine della romana corte pubblicati; ed il cardinale Buoncompagni, a Napoli spedito per rivendicare almeno in parte il diritto di nomina ai vescovadi del regno che quel sovrano erasi arrogato, nulla potè ottenere. Sembrava che la corte volesse liberarsi da quella specie di tutela sotto la quale i precedenti pontefici aveanla tenuta: scritti giurisdizionali fortissimi pubblicavansi in quel regno, ed apertamente attaccavasi la pontificia autorità; nè quelle contese cessarono se non allorchè un più importante avvenimento, il cominciare, cioè, della rivoluzione di Francia, tutta attrasse ed assorbì l'attenzione dell'Europa; vorticoso nembo che già ci si vien facendo sopra.

MDCCLXXXVIII

Anno di
Cristo
MDCCLXXXVIII
. Indiz.
VI
.

Pio
VI papa 14.

Giuseppe
II imperadore 24.

Comincia quest'anno colle convulsioni della natura che desolarono gli Stati del pontefice. Rimini varie scosse ne sentì successivamente, a brevi intervalli, una più forte dell'altra. Scrollarono molti edifizii, e quelli che in piedi rimasero davano nelle soffitte e nelle pareti segni della potenza del terremoto; chiese e palagi, oggetti spaventevoli di compassione. Gli abitanti atterriti e dal terrore inseguiti, fuggiano per le piazze, uscian dalla città all'aperta campagna, asilo cercando anche dove men sicuro asilo era. Molti caddero vittima del disastro. Lungo tempo i tremebondi Riminesi soggiornavano sotto le tende, anche nelle crude notti dell'invernal stagione. E Pio VI, padre e signore, ad accorrere in sollievo de' suoi sudditi, de' suoi figli, inviando loro non meno pronti che generosi soccorsi.

I due vulcani di Napoli e di Sicilia, se colle eruzioni straordinarie non cagionarono grandi danni, sommo spavento destarono. Nell'Etna fu maggiore che non nel 1779: l'arena e le pietre caddero sino sulla città di Messina, sulle campagne adiacenti, su quelle dell'opposta Calabria, sopra tutte le isole circostanti, e sino in Malta. Nè il Vesuvio volle esser da meno: nel tempo stesso cominciò a gettar fiamme, e scorrendo la lava lateralmente nel vallone che divide quella montagna dall'altra di Somma, portò il terrore nell'anima degli abitatori della più deliziosa parte dell'Italia.

Volle il re di Napoli mettere in piedi una rispettabile marineria: trentadue legni da guerra, tra navi, fregate, corvette, brigantini e galeotte, senza contare gli sciabecchi, gli ebbe costruiti ne' due arsenali di Napoli e Castellamare, trovandosi egli continuamente presente ad affrettare ai lavori.

Con queste forze gli venne fatto di reprimere le piraterie dei Barbareschi che pareva avessero preso di mira particolarmente i legni mercantili napoletani. Erano coloro in quest'anno usciti a corseggiare più forti e più numerosi del solito, sotto pretesto di doversi, come tributarii, unire alla flotta ottomana contro i Russi. A maggior sicurezza, il re conchiuse un trattato di commercio e di navigazione coll'imperatrice Caterina II, soprattutto pei porti russi sul mar Nero, co' quali erasi stabilito un traffico proficuo ad ambe le nazioni.

Nè soli i Barbareschi abusavano dell'occasione della guerra tra i Turchi ed i Russi, onde insultare persino quelle nazioni colle quali erano in pace le loro reggenze; meno non ne abusavano alcuni altri Europei, dandosi alla pirateria con bandiera russa. Se non che, a porvi un argine, sorse Caterina con provvidenze opportune; e la repubblica di Venezia, però che non erasi ancor potuta conchiudere coi Tunisini la pace, faceva dal suo capitano delle navi Angelo Emo, di cui abbiam detto, battere colla poderosa sua squadra di ottanta legni armati le acque del Mediterraneo, perchè rispettata fosse la veneziana neutralità, protetto il commercio, tolto di mezzo qualunque disordine.