A dì 31 di gennaio passò di questa vita in Roma, nell'età di sessantasette anni, Carlo Odoardo della regal casa Stuarda, figliuolo di Giacomo III e nipote di Giacomo II, re d'Inghilterra, della cui impresa, a ricovrare il regno intesa, il sommo Muratori espose le vicende nell'anno 1745.

MDCCLXXXIX

Anno di
Cristo
MDCCLXXXIX
. Indiz.
VII
.

Pio
VI papa 15.

Giuseppe
II imperadore 25.

Nuova era apresi in quest'anno alla storia. Prima però di chiudere con adequato discorso quella che sin qui trascorremmo, e di apparecchiarci, colla esposizione dello stato d'Italia nel punto dal quale partiremo per percorrere la novella, vogliamo notare in questo luogo alcun fatto di minore importanza, ma che tuttavia merita d'essere ricordato in questi Annali.

Fece molto parlare di sè sul finire di quest'anno un uomo singolare; vogliam dire il conte Alessandro Cagliostro. Sotto di questo nome un avventuriere si è acquistata non tenue celebrità. Non è noto particolarmente che per alcuni libelli, sempre sospetti di parzialità, e pel processo fattogli a Roma. Ma l'ignoranza e le contraddizioni de' compilatori non permette di credere ad essi gran fatto maggiormente. Comunque sia, riferiremo succintamente i principali fatti narrati nel processo. Cagliostro nacque, dicono, a Palermo, il dì 8 di luglio 1743, da genitori di mezzana condizione, ed il suo vero nome era Giuseppe Balsamo. Dopo una gioventù burrascosa non poco, e dopo molte gherminelle, come quella che fece ad un orefice nominato Marano, al quale cavò sessanta oncie di oro colla promessa di dargli un tesoro sotterrato in una grotta, custodita dagli spiriti infernali, lasciò la sua città natia, e cominciò a viaggiare. Visitò successivamente la Grecia, l'Egitto, l'Arabia, la Persia, Rodi, l'isola di Malta, ed in quei viaggi strinse amicizia col dotto Althotas, ch'egli ci ha dipinto come il più saggio degli uomini; ma lo perdè a Malta, dove fu bene accolto dal gran maestro che gli diede commendatizie per Napoli. Di Napoli andò a Roma. In questa città conobbe la bella Lorenza Feliciani, colla quale si unì in matrimonio. Da Roma gl'inquisitori della sua vita gli fanno scorrere pressochè tutte le città d'Europa sotto i nomi diversi di Tischio, di Melissa, di Belmonte, di Pellegrini, d'Anna, di Fenice, di Harat e di Cagliostro, vivendo ora del prodotto delle sue composizioni chimiche, ora di giunterie, più sovente del vergognoso traffico che faceva delle bellezze della sua sposa. L'apparizione più brillante di questo personaggio singolare fu quella che fece a Strasburgo ai 19 di settembre 1780. Sarebbe difficile l'esprimere lo entusiasmo ch'egli destò in quella città e di far conoscere i moltiplicati atti di beneficenza onde parve che lo giustificasse. La Borde non conosce termini abbastanza forti per dipingere il conte Cagliostro. Nelle sue Lettere sulla Svezia, ei lo qualifica come uomo ammirabile per la sua condotta e per le sue vaste cognizioni. «La sua fisonomia, dice, annunzia lo spirito, esprime l'ingegno; i suoi occhi di fuoco leggono nel fondo degli animi. Sa pressochè tutte le lingue dell'Europa e dell'Asia, la sua eloquenza sorprende e rapisce, anche in quelle cui parla men bene.» «Ho veduto, prosegue dicendo, questo degno mortale in mezzo ad una sala immensa, correre di povero in povero, medicare le schifose piaghe di tutti, mitigarne i mali, consolarli colla speranza, dispensar loro i suoi rimedii, colmarli di benefizii, alla fine caricarli de' suoi doni, senz'altro scopo fuor quello di soccorrere l'umanità sofferente. Tale spettacolo incantatore si rinuova tre volte ogni settimana; più di quindici mila infermi gli devono l'esistenza.» A sì fatte testimonianze di La Borde si possono aggiungere le lettere scritte al pretore di Strasburgo nel 1783 da Miromesnil, da Vergennes, dal marchese di Segar, colle quali si chiede l'appoggio dei magistrati in favore del nobile straniero, ne' termini più favorevoli per esso. Tali tratti, è d'uopo confessarlo, non si confanno colla orrida pittura che di Cagliostro ha fatto l'autore della sua Vita, il quale lo mostra come l'infimo de' mariuoli ed il più abbietto degli uomini. Ai 30 di gennaio 1785 il conte di Cagliostro, che aveva già fatto un viaggio a Parigi, ritornò in essa capitale ed alloggiò nella via San Claudio presso il baloardo. In quell'epoca si tramava, o piuttosto, come dice egli medesimo, era già nata la famosa baratteria della collana. Gl'intimi vincoli del conte col principe Luigi di Roano, fortemente implicato in tale faccenda, dovevano fargli temere per la sua propria libertà; ma fatto forte della sua innocenza, s'oppose alle istanze de' suoi amici, i quali lo stimolavano a lasciar Parigi. In fatti venne arrestato il dì 22 di agosto e chiuso nella Bastiglia. La contessa di La Motte l'accusò «d'aver ricevuto la collana dalle mani del cardinale, e di averla fatta in pezzi onde ingrossarne l'occulto tesoro d'una facoltà inudita.» La accusa era un assurdo. Cagliostro rispose con una memoria che fu dai Parigini ricevuta con la sollecitudine che inspirava il personaggio. In tale memoria, di cui si attribuisce la compilazione ad un magistrato celebre, Cagliostro, senza appagare pienamente la curiosità del lettore, esce in alcuni tratti del romanzo della sua vita, e dà ad intendere che la sua nascita, quantunque sconosciuta, è illustre. Cita, affermando di averli frequentati, i personaggi più eminenti dell'Europa, ed invoca la loro testimonianza: nomina i banchieri che in tutte le città gli somministrarono denaro, ma senza far conoscere la sorgente delle sue ricchezze. La sentenza del parlamento del 31 di maggio 1786 assolse il principe Luigi e Cagliostro dalle accuse contro di essi intentate; ma entrambi furono esiliati. Cagliostro si ritirò in Inghilterra ivi soggiornò circa due anni; passò da Londra a Basilea, indi a Bienne, ad Aix, in Savoia, a Torino, a Genova, a Verona, e da ultimo andò a Roma, dove fu arrestato il 27 di dicembre del presente anno e trasferito nel castello Sant'Angelo, in un con sua moglie. Volendo qui dire quant'è da dirsi di costui: gli fu fatto il processo e venne condannato a dì 7 del mese di aprile 1791, siccome in esercizio di libero muratore. La pena di morte, a cui era motivo siffatto delitto, fu commutata in una prigione perpetua. Dicesi che sia morto l'anno 1795 nel castello di San Leo. Sua moglie era stata anch'essa condannata a perpetua clausura nel convento di Sant'Apollinare. Furono spacciate sul conte Cagliostro parecchie favole, le quali altro fondamento non hanno che la preoccupazione o le opinioni particolari di chi le ha divulgate, gli uni lo tengono per uomo estraordinario, per un vero facitor di prodigii; altri non veggono in lui che un accorto ciarlatano. Gli si attribuiscono cure maravigliose e senza numero; sembra nulladimeno evidente che il suo sapere in medicina fosse estremamente limitato. Ugualmente che tutti i partigiani delle dottrine ermetica e paracelsica, faceva grand'uso d'aromi e di oro. Fu Cagliostro, caduto sotto le investigazioni della inquisizione, fu tenuto per membro dei muratori templarii, ed attribuita la continua sua opulenza ai moltiplici soccorsi che dalle diverse logge dell'ordine gli provenivano. L'autore già citato della sua vita gli dà il vanto dell'instituzione d'una società di muratori che si dicono egiziani, la quale, s'egli fedelmente la avesse descritta, non sarebbe stata che una meschina ciarlataneria, inetta a trappolare un istante l'uomo meno assennato. Una pupilla o colomba, cioè una fanciulla nello stato d'innocenza, messa dinanzi una caraffa, ma riparata da un paravento, otteneva per la imposizione delle mani del gran cofto, la facoltà di comunicare cogli angeli, e in quella caraffa vedeva qualunque cosa volevi che vedesse. Finalmente uno scrittore de' nostri giorni, l'abate Fiard, non dubitò di far Cagliostro uno spirito del tenebroso impero e di associarlo con Mesmer, Pinetti, ed altri, all'infernale coorte. Il cavalier Bossi, nella sua Istoria d'Italia, dopo esposte e confutate le opinioni che intorno a Cagliostro correvano, conchiude: «Certo è che giudicato fu egli secondo le massime del santo ufficio, e reo supposto di avere sparso erronee opinioni e praticati gl'insegnamenti delle scienze occulte, fu condannato a morte...... sebbene osservassero alcuni che commesso non avea delitti, nè sparse tampoco le opinioni condannate, nel territorio di coloro che costituiti si erano suoi giudici.»

Morto in quest'anno il doge di Venezia Paolo Renier, gli fu dato a successore Lodovico Manin, cavaliere e procurator di san Marco, stato podestà di Vicenza, di Verona, di Brescia, e mostratosi nelle magistrature interne d'indefessa attività e di vivo zelo pel pubblico interesse fornito. Se nel suo particolare gli venne data nota di tanta parsimonia che mal si addiceva alla sua opulenza, però che fosse il più ricco uomo di Venezia, nelle pubbliche rappresentanze spiegò l'apparato più nobile e più pomposo della magnificenza e della grandezza. Notarono gli oziosi che de' cento venti dogi che a Venezia furono, il primo e l'ultimo portarono lo stesso nome di Paolo, non volendosi nella serie contare il Manin, che nella dignità in fatti non morì, avendo veduta la caduta dell'insigne repubblica, e mancato poi a' vivi privato e da parecchi negletto.

Ed eccoci alla nuova era storica, della quale abbiam detto in principio del presente anno. Se non che, prima d'entrare nel difficile arringo ne pare di dover chiudere il tratto sinora percorso con opportuno discorso sulle scienze e sulle lettere, non che sulle arti, che sì gran parte sono della gloria d'Italia nostra. Un celebrato storico diede di queste parti un suo giudizio, nel quale, sebbene in tutto non consentiamo, crediamo però pregio dell'opera il presentarlo tale e quale ai nostri lettori, i quali, se in qualche luogo il troveranno disforme dalle sentenze che in proposito sono corse, bel campo avranno a quei raffronti, a quelle disposizioni, a que' paralleli da' quali l'istruzione risulta. Dice egli adunque:

«Nessuna età mai promise tanta felicità agli uomini quanto il secolo decimottavo, prima che una feroce tempesta lo turbasse. Quanto fra gli uomini di utile, di grazioso, di grande si trovava, tutto allora era o si travedeva. Le volontà benevole, gl'intelletti illuminati, le lettere in onore, le scienze in progresso. Dirò brevemente di ognuno di questi fonti di beneficenza e di gloria. I nostri figliuoli, conoscendo l'aria prima che respirammo e quali fummo e ciò che volemmo, non saranno, credo, verso i loro padri di gratitudine avari.