Nè complicati o meccanicamente laboriosi erano i mezzi, di cui quei divini ingegni si servivano per produrre così maravigliosi effetti. Semplicissimi erano e, quasi direi, invisibili questi mezzi. Al mirare que' loro spartiti, assai poche note vi si vedevano, onde quasi pareva che vi fossero effetti senza causa. Ma la causa appunto più forte ed operosa era, perchè più semplice era e sapeva batter bene in quella parte del cuore che abbisognava. Ed io mi ricordo di avere letto nel dizionario di musica del Rousseau un fatto mirabile, ed è dove racconta il terribile effetto che sempre faceva su gli ascoltanti (credo, se ben mi ricordo, nel teatro di Ancona) un recitativo solamente accompagnato da poche note del violoncello; irresistibile era quest'effetto, onde ognuno al solo suo approssimarsi, già si sentiva commosso e subitamente impallidiva come se da una incognita e possente causa compreso e domato fosse. Quella era veramente musica italiana, possente per semplicità, per grazia, per verità; la melodia padrona, l'armonia serva, l'armonia che non fa effetto se non quando imita la melodia, i mezzi meccanici lasciati a chi callose orecchie ed insensibile cuore ha. Chi sa che siano Omero, Virgilio, Raffaello d'Urbino, facilmente intenderà ciò ch'io voglio dire. Ed Omero, Virgilio, Raffaello si erano trasfusi in Paisiello e in Cimarosa ed in tanti altri compositori di quel tempo, che veramente si può e dee chiamare l'età dell'oro per la musica.

La maestria e la vera arte non consistono nel far monti di note e di strani e ricercati accordi, ma nell'inventare motivi nuovi, graziosi, adatti all'effetto che si vuole esprimere, e questi accompagnare con accompagnamenti che gli aiutino, non gli soffochino. Il quale modo di comporre, siccome di maggior effetto, così ancora di maggiore difficoltà è; conciossiacosachè assai più difficile bisogna sia l'inventar cose ideali, cioè i motivi (dono dato dal cielo a pochi) che il raccappezzare cose corporee, cioè gli accordi. Di gran lunga maggior numero di motivi nuovi, cui i maestri chiamano di prima intenzione, e perciò maggiore difficoltà superata ed assai maggiore e più eccelsa facoltà creatrice havvi nella sola Nina di Paisiello o nel solo Matrimonio segreto di Cimarosa che in tutte le opere insieme anche del più fecondo compositore de' giorni nostri. È vero che non vi è tanto fracasso, cioè tanti mezzi meccanici; ma i divini dove sono? Questa è una età pessimamente corrotta: nel morale vuole la forza, nella musica il fracasso. I compositori sono diventati servi delle orchestre, le quali sempre vogliono sbracciarsi per fare un gran romore e far vedere che sanno sonare le difficoltà, ed eseguire il concerto, i cantanti sono soffocati ed obbligati di strillare, ed il pubblico, che ha perduto il cuore ed è divenuto tutto orecchie, applaude;.....

Altra è la musica istromentale, altra la vocale. La voce umana è la vera e naturale espressione delle passioni; gli istrumenti sono mezzi artificiali li quali possenti non sono se non in quanto imitano la voce umana, e più o meno possenti sono, secondochè più o meno a lei si avvicinano o da lei si discostano. Questa è la ragione per cui quel gemere di violino ne fa uno strumento potentissimo. Onde non solamente contro l'effetto fa, ma ancora contro natura chi con gl'istrumenti soffoca la voce invece di secondarla ed aiutarla.

Io fui amico, ed egli a me, e molto me ne pregio, di un gentilissimo maestro italiano. Compostasi da lui alcun tempo vera musica italiana, piena di verità, di soavità, di grazia, come, per esempio, i suoi bellissimi notturni sulle parole di Metastasio, una delle più dolci cose che siano uscite da un cuore dolcissimo, si diede poi a ingarbugliarsi con mescolare con eccessiva proporzione, musica istromentale colla vocale. E Paisiello per Milano passando per andar a Parigi ai cenni di Napoleone, sentita quella sua musica nodosa e strepitosa, e, postagli la mano sulla spalla, gli disse: «Bonifazio, lascia stare la musica tedesca.» (Il tarantino Anfione parlava della musica vocale[2].) Il grazioso uomo mi disse con quella sua giovenil voce che sempre ebbe: «Me la sono attaccata all'orecchio;» ma non se la attaccò. Veramente il buon Bonifazio, oltre ad altre sue composizioni alla tedesca, aveva composto la musica per un dramma a Torino, la quale, malgrado di un gran miagolare di bassi che vi aveva fatto, non ebbe alcun buon successo; felicissima vena, se mai una fu al mondo, e veramente correggiesca, da un poco sano metodo di comporre guastata.

«La poesia e la prosa erano parecchie volte degenerate in Italia, e da quasi cinque secoli avevano a più maniere di degenerazioni soggiaciuto. La musica sola, da' suoi principii al suo apice gradatamente ascendendo, sempre simile a sè medesima era proceduta, vero e sincero frutto italico dimostrandosi. Tanto crebbe, che finalmente al punto di perfezione pervenne, allor quando Cimarosa e Paisiello colle loro mirabili melodie incantavano il mondo. Il secolo decimottavo dopo il cinquanta fu per la musica ciò che il decimosesto fu per la pittura, quando con le loro divine rappresentazioni Raffaello e Michelagnolo pruovavano che la Grecia s'era in Italia trasportata. A ciò contribuì Metastasio co' suoi dolcissimi versi, e, secondochè gli affetti portavano, qualche volta ancora tremendi, ma pur sempre dolci. Vincendevolmente i musici coi loro soavi o tremendi accenti al fare di Metastasio ed all'imperio ch'egli sulle anime acquistato aveva, contribuirono. Musica era la poesia di Metastasio, poesia la musica dei napolitani maestri. Gli orfeiani miracoli si rinnovavano a quel tempo; persino i sassi si muovevano, se per essi intendiamo i duri e silvestri cuori.

«Quando io dico che la musica era a' quei dì alla sua perfezione giunta, non intendo già che, rotte alcune consuetudini teatrali, non si potessero impinguare le musiche delle opere drammatiche con maggiore numero di pezzi di nervo; che ciò si poteva acconciamente ed utilmente fare; ma solamente voglio dire che il metodo del comporre i pezzi, che si usava allora, era il vero ed il più perfetto che si possa immaginare, e che il dipartirsene è un andare verso la corruzione. Ciò è così vero che nelle musiche meccaniche, che si odono e si ostentano oggidì, e che sono veramente come il pesce pastinaca, che non ha nè capo nè coda, o come quella testa d'uomo con collo di cavallo da Orazio sul principio della sua poetica descritta, i pezzi che fanno maggiore effetto e più nel cuore s'imprimono e più nella memoria si serbano, sono appunto quelli che al fare dell'antica musica da noi rammentata si ravvicinano ed in quello stile si ravvolgono. Il muovere i cuori è il vero ufficio della musica, non quello di assordare le orecchie, e perchè appunto il primo effetto può fare, fra le divine arti fu collocata, ed i poeti le loro più alte composizioni incominciavano cantando. I filosofi stessi immaginarono che le celesti sfere muovendosi, suoni rendevano e concenti facevano.

«Il principal fine delle arti è veramente il muovere gli affetti, e nissuna più gli muove e forse nemmeno altrettanto della musica. Per me, oltre la dolcezza che ne pruovo, giudico della bontà di un pezzo dal sentirmi mosso ad accompagnarlo col gesto, perchè allora veramente espressione d'affetto è; che se a quel gestire invitato non sono, subito concludo che quella non è musica, ma solamente rumore di corde o fischio di legno. Io detesto coloro che vogliono disonorare la musica col ridurla da un'arte liberale che ella è, ad un'arte meccanica. I maestri sterili, cioè incapaci di trovar motivi nuovi, sono appunto quelli che danno nel fracasso: manca in loro la divina favilla, e per ciò fanno ciò che i venti sanno fare nelle elci cave.

«Tornando adunque al Metastasio, dico ed affermo ch'egli fu un principale sostegno del gusto italiano, e che per lui stette che l'italiana letteratura il suo naturale aspetto del tutto non perdesse ed al basso ed allo straniero non scendesse e trascorresse.

«I soggetti che trattava, cavati i più dalla veneranda antichità, facevano che la Grecia e l'antica Roma nella novella Roma risorgessero. Al quale effetto eziandio con non poca efficacia conferivano gli studii dell'archeologia che nella città regina sempre avevano fiorito e tuttavia fiorivano. Chi non conosce le opere dell'immortale Visconti, di quell'uomo singolarissimo che univa un giudizio sano con una erudizione immensa, due cose che negli eruditi non sovente congiunte si vedono, stante che questo genere di letterati sono per l'ordinario creduli nella fantasia che gli tocca?

«Oltre i vestigii dell'antica Roma, che la nuova ancora adornano, e lo zelo con cui il Visconti ed i suoi compagni ed allievi questa parte della scienza coltivavano, a maggior ardore sollecitavano gli studiosi di lei le scoperte che in Ercolano si andavano facendo. Risuonava in ogni luogo il grido della città sepolta e dissepolta, ed a quella parte con somma avidità s'indirizzavano gli animi, studii certamente innocenti ed utili, poichè a pacatezza ed a grandezza tendevano ed invitavano. Napoli, il cui suolo tante ritrovate ricchezze in questo genere versava, non pretermise di coltivare la scoperta vena, anzi con tutte le forze l'esplorò e l'avanzò. Oltre le munificenze regio che alle spese dei lavori sopperivano, il re, a ciò muovendolo il Caracciolo, il quale, nel 1786, era stato richiamato dalla Sicilia per reggere in Napoli la segreteria degli affari esteri, aveva nel 1787 ordinato che fosse ritornata in pristino l'antica accademia d'Erodano, chiamandovi uomini egregi per zelo e per dottrina, l'abbate Galiani, Niccolò Ignarra, Mattia Zarillo, Giambatista Basso Bassi, Francesco Lavega, Francesco Daniello, Emmanuele Campolongo, Domenico Diodati, Saverio Gualtieri, Michele Arditi, Andrea Federici, Gaetano Carcani, Saverio Mattei, Carlo Rosini, e quel Pasquale Baffi, che, dodici anni dopo, tratto da questi studi pacifici a più tempestose cure, fu poi specchio di tanta virtù e segno di così estrema disavventura. Il re dolcemente parlò nel preambolo del suo decreto: desiderare, disse, procurare ai suoi popoli ogni sorta di beni e di vantaggi, nè in altro migliore modo saper ciò fare che col dar favore alle scienze ed alle belle arti. Con queste dolcezze si preambolava in quelle volcaniche terre ai crudi ed orrendi spettacoli che poscia le spaventarono ed insanguinarono.