«Terza colonna del buon gusto italiano fu Carlo Goldoni. Quest'uomo insigne parlava al popolo colle sue commedie scritte in istile semplice e chiaro, il quale, abbenchè non sia notabile per eleganza toscana, è nondimeno generalmente scevro dalla infezione forestiera. Grande energia non aveva, nè di sali abbondava, o piuttosto i suoi sali erano senza punte; perciocchè i motti ed i frizzi non possono sorgere da quella lingua generale italiana ch'egli usava, ma solamente da un dialetto. Ma molto maestrevolmente sapeva ei condurre le passioni, e stringere e sciorre i nodi delle sue commedie. Siccome tutto è naturalezza in lui, così venne in fastidio altrui quando le esagerazioni dei grandi lanciatori di sentimenti e le caricature flebili dei romanzieri inondarono il teatro. Ma stante che questa era una malattia fuori di natura, fugace fu l'invasamento, ed odo con somma contentezza che le commedie del Goldoni sono novellamente divenute care al popolo italiano; il che veramente è segno di guarigione.

«Portato dal suo genio, costretto dalle sue condizioni, ei troppe cose scrisse, e pel troppo scrivere diede talvolta nello slombato. Pure si può con verità asserire, che fra tante sue commedie, dieci almeno ve ne sono che toccano la perfezione e possono stare a paragone di qualunque altra scenica composizione di questo genere di cui si vantano le altre nazioni. Alcune poi da lui scritte in dialetto veneziano sono da commendarsi non solamente per gli altri comuni pregi, ma ancora pel brio, pei motti, per le arguzie, per le lepidezze, per le piacevolezze e generalmente per lo stile festevole e gaio con cui le seppe condire. Chi le legge sente un sollucheramento tale che non può essere maggiore, ed uguaglia quello che l'uom pruova leggendo la Mandragora del Macchiavello, o la Trinuzia del Firenzuola. Dal che si dimostra, che se uguale vivacità non si rinviene nelle altre sue commedie, ciò non da inettitudine d'ingegno, ma bensì dalla lingua che usava, proviene. Tanto è vero che i dialetti soli possono dare il vero stile della commedia! e se la Madragora e la Trinunzia tanto diletto ci danno, ciò è perchè sono scritte nel dialetto toscano; che se colla pretesa lingua generale d'Italia si vestissero, o in lei si traducessero, insulse e noiose diventerebbono. Da ciò si vede che bel guadagno abbiano fatto gl'Italiani coll'aver ricusato il dialetto toscano, anzi gridatogli la croce addosso, come se ridicolo e degno di scherno fosse. Bene con migliore senno si sono adoperati i Francezi, che hanno dato la cittadinanza nella loro lingua generale al dialetto parigino per modo che parte indivisibile di lei è divenuto; ond'è che i Franzesi possono facilmente aver la buona commedia. Le piacevolezze parigine sono tali in tutta la Francia mentre le piacevolezze toscane non sono intese o sono schernite nelle altre parti d'Italia che Toscana non sono. Questo è un male gravissimo, e che non è più atto a ricevere medicina, donde nasce che gl'Italiani difficilmente possono avere la vera e buona commedia che da tutta l'Italia sia intesa, prezzata e gustata. S'era cercato un rimedio nei Zanni o bergamaschi o bresciani o veneziani o bolognesi o piemontesi o milanesi o toscani o napolitani; rimedio insufficiente, per verità, ma pure in certo modo rimedio. Ma anche questo i moderni dottori nel loro alto sussiego, come se il ridere fosse delitto, hanno sbandito.

«Goldoni fu autore, se altro mai, popolare; e lo scuotere che faceva, non da acerba ed indecente satira o da sentimenti eccessivi in alcun genere, imperò che ei fu castigatissimo, derivava, ma dal toccare quella parte dell'animo che nella natura tranquilla e nobile si ritrova. Ei fu principal cagione per cui il popolo italiano non s'invaghì di certi scrittori di Italia che non erano contenti se con pensieri forestieri non pensavano, se con lingua servile non scrivevano. Ei fu principale operatore, onde la corruzione dai sommi non scendesse agl'imi, e che il popolo si contenne nei confini del vero, sincero e pretto italianismo. Ei fece maggior benefizio che il mondo non crede.

«Dopo le malattie viene per l'ordinario il medico che le guarisce. La leziosaggine che era prevalsa negli scritti, e la effeminatezza che era entrata nei costumi fra gli alti e mezzani gradi della società italiana, non ebbero più acerbo nè più forte nemico d'Alfieri. I tre primi che abbiamo nominati, persuadevano gli animi e coll'esempio allettavano affinchè al buon sentiero si riparassero; ma l'astigiano poeta con una terribile sferza gli sforzava. Le debolezze e le gonfiezze non avevano posa con esso lui, che d'animo gagliardo era, e che se al sublime facilmente andava, il procedere più oltre e precipitare nelle gonfiezze impossibile gli era. Vena sufficiente, anzi abbondante aveva, ma non soprabbondante, onde in superflui rivi non si spandeva. Ciò procedeva dalla gran forza per cui l'oggetto stringeva e che padrone del tutto nel rendeva. Le foresterie poi aveva in odio così per qualche avversione contro le persone che il rese sempre acerbo, e non di rado ingiusto, come per amore verso le lettere italiane. Ma siccome, usando fra i nobili piemontesi, egli era stato cresciuto ed allevato negli usi, pensieri e fogge franzesi, e che poco innanzi che a scrivere nell'italiana lingua si accingesse, più di franzese sapeva che d'italiano, così è manifesto che, massime nei suoi primi scritti, a stento dallo scrivere francescamente si allontanava; ed a gran fatica al gusto italiano si avvicinava. Della quale pendenza pochi segni per verità restarono nelle sue composizioni in versi, ma non pochi in quelle di prosa, in cui si veggono mescolati spesse volte eleganti fiorentinismi con isconci gallicismi.

«Ora questo grande Alfieri in tre modi giovò all'Italia, primamente collo aver ritratto dai costumi femmenili, in ciò compagno di Parini, chi n'era magagnato; secondamente coll'aver composto vere tragedie e creato lo stile tragico italiano che prima di lui non si aveva; terzamente coll'aver innamorata la nazione di sentimenti più alti e più forti. La lunga pace di cui ella aveva goduto, poichè di lungi aveva solamente sentito romoreggiare le armi, l'uso dei sonettuzzi e delle novellette del sofà, la privazione in questo intervallo di tempo di una forte apostolica voce che gli stimolasse, aveano talmente anneghittito coloro che più per l'esempio potevano fra gl'Italiani, che nè Metastasio, nè Goldoni, nè Parini, quantunque molto avessero operato, erano stati bastanti a destargli onde più sonnacchiosi non fossero e mogi. Uno sdegno acerbo, un'ira feroce, una ferrea ed indomabile natura era richiesta alla grande redenzione. Sorse allora, come per sovrumana provvidenza, la possente voce d'Alfieri che intuonò dicendo: Italiani, Italiani:............................... lasciate i giardini, correte alle zolle; lasciate l'ombra, andate al sole; vigili le notti passate, le donne come compagne, non come signore accettate, i fanciulli non nelle acque odorose, ma nei freddi e puri laghi, ma nell'onde stesse del terribile Stige tuffate; indurate i corpi al dolore, indurategli alla fatica....

«Così andava per gl'italiani campi Vittorio Alfieri, moderno Dante, Petrarca redivivo gridando. Furono i suoi detti come il lucente specchio a Rinaldo. Visto i molli abiti e gl'imbelli costumi, sorse vergogna, vergogna senso di risorgente natura, vergogna segno di rinascente virtù................................... .......................... A tale sacerdozio fu chiamato Alfieri, e bene il compì.

«Bene il compì ancora colle sue tragedie; per mezzo loro, non con le brache del medio evo, ma colla romana toga volle vestire gl'Italiani. Tal è il loro fine ed effetto. Quanto all'arte, io trovo che elle sono sempre energiche e profonde, come son nei passi più patetici le tragedie inglesi, altrettanto regolari quanto sono sempre le franzesi, ma che nel medesimo tempo fuggono le cose plebee che troppo spesso contaminano le prime, nè mai danno nelle insulsaggini cortigiane che di soverchio snervano le seconde. Beltà greca, beltà romana, e quanto vi è di più alto nell'uomo, sempre e puramente splendono nelle alfieriane tragedie, nè altro di moderno hanno se non la lingua in cui sono scritte.

«Quanto alle passioni che dall'autore sono poste in opera, io non le chiamerò nè antiche nè moderne, perciocchè elle sono di tutti i tempi, nè credo che gli antichi altrimenti amassero od odiassero, sperassero o temessero di quello che noi altri moderni facciamo. Quando io vedrò nascere gli uomini senza occhi e senza naso, crederò che sono cambiate le passioni. Voglio dire che siccome la natura esteriore ha le sue leggi immutabili, così le ha ancora l'interiore. Ciò dimostra eziandio il grande effetto che le tragedie, di cui trattiamo, producono in Italia quando bene recitate sono. La quale cosa succedere non può se non quando le passioni rappresentate fanno correlazione e consentono con quelle degli spettatori.

«Dal medesimo fatto nasce anche questo corollario, che non è punto bisogno per iscuotere le anime di dare nel famigliare e nel plebeo; nè io posso consentire con coloro i quali vorrebbono sbandire il bello ideale. Non solo non posso accettare la loro opinione, ma me n'incresce e sommamente me ne dolgo; perchè l'uomo solo è capace di creare colla sua fantasia il bello ideale, e questa è la più magnifica prerogativa ch'egli abbia e che dagli altri animali bruti principalmente lo distingue. Parte anzi di questo bello ideale, ideale non è, nè tanto è trista la umana natura che in alcuni tempi non abbia prodotto uomini e fatti eroici e del tutto sopra l'uso volgare. Adunque questo bello ideale veramente esiste e il rappresentarlo non è vizio. Quando però egli in fatto eziandio non esistesse, bisognerebbe ancora crearlo coll'immaginazione per rendere gli uomini migliori; posciachè niuna cosa è che tanto sublimi l'uomo e dalla mondana feccia il ritragga quanto la viva rappresentazione della natura eroica. Se il diventar migliore è vizio, concorderò con gli avversarii che il bello ideale ed eroico si cancelli e da ogni umano parto si rimuova, e che prosa e poesia si ravvolgano nel lezzo di quanto il mondo ha di più sciocco, di più goffo, di più vile, di più basso.

«Dicono alcuni che le scene plebee, siccome naturali, allettano e divertono, e dal solo effetto che producono, qualunque ei sia, giudicano del merito delle composizioni teatrali. Sì certamente, le scene plebee e quelle della dimessa natura allettano e divertono; anche Pulcinella in piazza alletta e diverte, e se uom uscisse per le vie con le brache a rovescio, anch'egli alletterrebbe e divertirebbe. Per questo s'han a proscrivere i maestri dell'alta virtù? per questo da bandire i dimostratori d'una natura più sublime, più dignitosa, più bella? Il teatro non ha da essere solamente divertimento, ma debb'essere scuola, scuola da informar gli uomini alla virtù, da accendergli di sdegno contro il vizio, da sollevargli dal terreno lezzo alla celeste purità, da nodrire l'angelica favilla ch'è in lui, da rompere la indegna scorza che la soffoca e comprime. Se alcune moderne composizioni o piuttosto slavature facciano questi effetti, lascio che giudichi il lettore. L'andar terra terra non può riuscir ad altro che al lasciarci terra terra.