«Ora chi mai meglio dell'Alfieri seppe pingere al vivo queste allettatrici scene di un mondo migliore? Chi mai diede maggiormente questi stimoli ad innalzarsi come aquile in un puro firmamento? Certamente nissuno. Chi mai meglio di lui seppe fare la ipotiposi delle miserie che nascono per fato contro gli innocenti, o di quelle che materialmente caggiono su gli uomini malvagi? Certamente nissuno. Chi mai meglio di lui trovò le vie per muovere od a compassione od a terrore? Certamente nissuno. Nè ciò fece con mezzi plebei o meccanici, mezzi usati da chi sterile l'immaginazione ed il cuore secco ha, ed oltre le consuetudini del volgo non sa innalzarsi, ma colla rappresentazione vera delle alte umane passioni, nè mai volle trasportare le bettole sulle tragiche scene. Brevemente, e coi soggetti che sceglieva e col modo col quale li trattava, chiamava continuamente gl'Italiani a più sublimi regioni. Il tenergli rasenti le paludi ripugnava al suo generoso e forte animo, ripugnava alla virtuosa missione cui s'era addossata. Se animi forti più nella seconda metà del secolo decimottavo che nella prima sorsero in Italia, da Alfieri massimamente debbesi riconoscere il beneficio. Ciò non fecero pe' tempi loro e per le loro nazioni nè Shakspeare, nè Racine, nè Schiller, che semplici autori tragici furono, certamente sommi, ma non maestri di alto pensare e di alto fare, non caldi sacerdoti della loro patria per sollevarla e farla amare, come il poeta italiano fu. Solo ad Alfieri ed a Sofocle ciò fu dato, ma maggiore merito acquistò l'Italiano che il Greco............................ ..................................... Tali sono le obbligazioni che gl'italiani hanno ad Alfieri, e bene in Santa Croce di Firenze l'Italia piange sulla sua tomba.

«Evvi chi pretende che i caratteri de' personaggi d'Alfieri sono tirati ed esagerati. Certo sì sono per chi va e vuole andar terra terra; e chi smaccato, e snervatello, e sdolcinato, e molle..... è, non vada dove si rappresentano. Chi grida contro le alferiane tragedie, e dell'alto fare di questo sommo tragico si dinoccola, e delle slavature moderne si diletta, non è degno............, imperocchè nel suo freddo cuore nissuna scintilla di generoso italiano fuoco v'è. La nobile Italia, quanto alla letteratura.... è, per opera di alcuni spiriti, non so se mi debba dire più ambiziosi o più servili, immersa in chimere stillate da sottilissimi lambicchi ed in un mare di foresterie..... Costoro corrompono la sanazione fatta dai quattro sommi uomini di cui trattiamo. La sola differenza che passa tra i servi d'oggidì ed i servi della seconda metà del secolo decimottavo in ciò consiste, che questi desumevano lingua, stile e pensieri da una sola fonte di foresteria, quelli gli desumono da due o tre..... ......................... Oh, quando mi porterà la fama il desiato suono che gli Italiani, deposta l'ennucheria, creano da sè e non vanno più in cerca d'idee d'oltremare ed oltremonti! Oh Alfieri, Alfieri dove sei? Per me io credo, anzi certo sono, che finchè si va pel sentier delle scimie, non vi può essere.... nè letteratura, nè lingua italiana.

«Dello stile d'Alfieri quindi favellando, diremo che in esso due qualità si ravvisano, la novità e, con pochissime eccettuazioni, la purezza; la quale purezza non di rado va sino all'eleganza. Prima dell'Alfieri non aveasi stile tragico. Le tragedie scritte nel decimosesto secolo sono, per rispetto dello stile, così deboli ed imperfette che senza noia non si possono nè leggere nè sentire. Questa parte fu la meno lodevole di quel secolo, che in tutte le altre a così grande altezza si sollevò. Maffei diede un passo più avanti verso l'eletta maniera, ma restò a mezza strada, contento allo avere piuttosto indicato che fatto; poco o nulla si fece dopo il Maffei che una nuova vena aprisse. L'Italia giaceva, quanto alla tragedia, in grado inferiore a comparazione delle altre nazioni. Alcuni anzi affermavano, non essere la lingua capace di stile tragico.

«Queste bestemmie andavano pel mondo quando levossi dal Piemonte subitamente un grido, esservi nato un grande poeta. Ad alcun debole sperimento successero compiute vittorie. A nobili pensieri vidersi congiunte nobili parole, e la pietà e il terrore eccitarsi con voci ora compassionevoli, ora terribili, ma tutte italiane, non cavate dai romanzi francezi o dal vocabolario della plebe. Brevità vi si scorge, e più ancora fa pensare che non dice, onde nasce che le alfieriane tragedie ricercano abili attori. Sublime è lo stile, ma molto diversamente dal lirico e dall'epico procede; essa è una sublimità tutta sua e di novità perfetta. Certamente nissuno scrittore ebbe mai, se Dante si eccettua, uno stile tutto suo proprio e di suo genere quanto Alfieri. Nissun prima di lui avrebbe potuto sospettare che la italiana lingua potesse in quel suono parlare. L'esempio d'Alfieri pruova ch'ella è capace di rendere tutti i suoni senza che sia necessario andare accattando vocaboli e frasi da lingue forestiere. Grande era in questo la servilità degli scrittori italiani; profondo il male; una forte scossa era richiesta per iscuoternegli e guarirgli. Alfieri questa scossa diede, ed ei solo forse era capace di darla. Diedela col tenace volere, diedela coll'ostinato studio, diedela con quell'alta capacità del fare che dal cielo aveva sortito. Da lui impararono gl'Italiani quanto possa una volontà forte e l'amore di una lingua che per esprimere qualunque affetto a nissuna è seconda. La purificazione della lingua non potè Alfieri intieramente effettuare, perchè all'inondazione dei libri forestieri successe poscia l'inondazione delle persone forestiere che la principiata guarigione interruppe, ed anzi la dannosa consuetudine raffermò. Ma pure i semi da lui gettati fruttificarono, e, mercè sua, resta ancor acceso l'amore della bella lingua, e gl'Italiani dalle caligini levandosi, ai puri ed intemerati antichi candori s'innalzeranno.»

Ora in quella innondazione delle persone forestiere dall'illustre qui sopra indicata, accennata si trova la novella era d'Italia della quale al principio del presente anno abbiamo toccato e la causa donde ebbe a derivare. Noi la percorreremo quest'era, con quelle che vi furono inondazioni di eserciti forestieri, arsioni di città, rapine di popoli, devastazioni di provincie, sovvertimenti di Stati, e fazioni, e sette, e congiure, ed ambizioni crudeli, ed avarizie ladre, e debolezze di governi effeminati, e fraudi di reggimenti iniqui; e sfrenatezze di popoli scatenati, con eguale sincerità raccontando le cose liete, utili e grandi che fra tanti lagrimevoli casi si operarono. Ma perchè possa essere appieno apprezzata la compassionevol trama di tanti accidenti di cui la memoria sola ancora ci sgomenta, forza è segnare il punto donde si parte, e bene chiarire le cagioni donde la spinta ne venne.

L'Europa conquistata dai re barbari fu data in preda ai capitani loro, uomini e terre cadendo in potestà di questi. Così se ai tempi romani le generazioni erano partite in uomini liberi e schiavi, ai tempi barbari furono divise in conquistatori e servi: tale è l'origine degli ordini feudali. Teodorico, re dei Goti, moderò una tal condizione coll'avere instituito i municipii; poi gli ecclesiastici diventati ricchi fecero ordine e mitigarono, dividendola o contrastandola, l'autorità feudale; così sorsero gli ordini, o stati, o bracci, che si voglian nominare della nobiltà, del clero e dei comuni. Carlo V gli spense nella Spagna, ma non potè nelle isole d'Italia; i Borboni li conservarono in Francia, servendosene più o meno, secondo i tempi. Nell'Italia, divisa in tanti Stati e sì spesso preda di principi forastieri che, a fine di tenerla, accarezzavano pochi potenti per assicurarsi dei più, l'autorità municipale, se si eccettuano alcune antiche repubbliche, si mantenne più ristretta, la feudale più larga. Ciò quanto allo Stato; rispetto poi ai particolari, restavano ancora non pochi vestigii dell'antico servaggio, tanto circa le cose, quanto circa le persone. Di questi, alcuni andarono in disuso per opinione de' popoli o per benignità de' feudatarii; altri furono aboliti dai principi; dei superstiti, il secolo di cui abbiamo veduto il fine, volea l'annullazione.

Nè in questo si contenevano i desiderii dei popoli. Volevasi una egualità quanto alla giustizia e quanto ai carichi dello Stato; nella quale inclinazione concorrevano non solamente coloro ai quali questa equalità era profittevole, ma eziandio la maggior parte di quelli che si godevano i privilegii. Dire poi, come alcuni hanno scritto e probabilmente non creduto, che si volesse una equalità di tutto ed anche di beni, fu improntitudine d'uomini addetti a sette, soliti sempre a non guardar quel che dicono, purchè dicano cose che possano infiammare i popoli e farli correre alle armi civili. Queste erano le quistioni dei diritti; e sarà da quinc'innanzi cosa luttuosa al pensarci e degna di eterne lagrime che col progresso di tempo siansi alle quistioni medesime mescolate certe altre astrattezze e sofisterie che insegnarono alla moltitudine il voler fare da sè, quantunque si sapesse che la moltitudine commette il male volentieri e si ficca anche spesso il coltello nel petto da sè: tanto i moti suoi sono incomposti, i voleri discordi, le fantasie accendibili, e tanto ancora sopra di lei possono più gli ambiziosi che i modesti cittadini.

L'ordine ecclesiastico era già trascorso, non già nel dogma che sempre rimase inconcusso, ma bensì nella disciplina. Dolevansi che gli utili operai della vigna del Signore fossero poveri, mentre gli altri, se vivevano nella ricchezza, della quale talora anche abusavano, dolevansi essere i primi insufficienti per numero o per mala distribuzione delle cariche, i secondi troppi; dolevansi di certe pratiche religiose che si parevano più utili a chi le promoveva che decorose pel divin culto, mentre per queste era pur troppo scemato maestà e frequenza alle più gravi e necessarie solennità della Chiesa: con che davasi a dire agli empi ed agli accattolici.

Ma ben altri discorsi si facevano, massimamente in Italia, i quali tutti nascevano da quella inclinazione del secolo favorevole ai più. Era stata soppressa la società di Gesù. Vedeva il sommo pontefice Clemente XIV che lo spegnere i Gesuiti era un privare la evangelica vigna della più efficace cooperazione che si avesse; con tutto ciò non potè resistere alle esortazioni ed alle minaccie di tanti principi potenti di forze, e più formidabili per concordia. Pure stette lungo tempo in forse; finalmente consentì, poi fra breve si pentì. Ma seguitonne maggior effetto che il papa ed i principi non avevano creduto; poichè ne sorse più viva nel corpo della Chiesa la parte popolare. Parlossi di doversi ridurre alla semplicità antica la Chiesa di Cristo; allargare l'autorità dei vescovi e dei parrochi; scemar quella del pontefice sommo. Le querele che risuonarono già fin dai tempi antichissimi contro Roma, rinnovellavansi ed andavano al colmo. Le dottrine di Porto-Reale si diffondevano; coloro che lo mantenevano erano in molta autorità presso il popolo, perchè risplendevano, non per oro nè per corredi, ma per dottrina, per austerità di costumi e per una certa semplicità di vita che ai non accetti altamente imponevano.

Inclinazioni di tal sorte piacevano a più principi; e queste massime trovavano disposizioni favorevoli nell'opinione dei popoli, e però più profonde radici mettevano. Così uno spirito stesso e circa le cose civili e circa le ecclesiastiche andava insinuandosi a poco a poco in tutte le parti del corpo sociale. Ciò non ostante, se molti pensavano a riforme, niuno pensava a sovvertimenti; nè alcuno ambiva di far da sè, ma ognuno aspettava dal tempo e dalla sapienza dei principi temperamento alle cose e compimento a' desiderii.