Venendo a' particolari, in proposito di riforme sarebbe da cominciare da un nome imperiale, da Giuseppe II. Ma e di lui, e delle sue virtù, e delle azioni sue abbiano già detto quanto può forse bastare negli anni precedenti; il perchè basterà qui il riepilogare in brevi parole il già detto. Molto viaggiò Giuseppe, non per pompa, ma per conoscere le istituzioni utili e i bisogni dei popoli; i casolari dei poveri più aveva in cale che gli edifizii dei ricchi; nè mai visitava il bisognoso, che nol consolasse di parole ed ancor più di fatti. Protesse con provvide leggi i contadini dalle molestie dei feudatarii, opera già incominciata dalla sua madre augusta Maria Teresa; gli ordini feudali stessi voleva estirpare, e fecelo. Volle che si ministrasse giustizia indifferente a tutti; là creava spedali, ospizii, conservatorii ed altre opere pie; qua fondava università di studii; i giovani ricchi d'ingegno e poveri di fortuna in singolar modo aiutava. Ai tempi suoi e per opera sua lo studio di Pavia sorse in tanto grido che forse alcun altro non fu mai sì famoso in Europa. Lo studio medesimo empiè di professori eccellenti in ogni genere di dottrina, cui favoriva con premii, e non avviliva colla necessità dell'adulazione. Nè contento a questo, fondò premii per gli agricoltori diligenti, ed aprì novelle vie al commercio per nuove strade, per nuovi porti, per abolizione delle dogane interne; non mai in alcun altro paese o tempo furono in così grande onore tenuti, come in Italia sotto Giuseppe, gli scienziati che sollevano ed i letterati che abbelliscono la vita incresciosa e trista. Mandovvi altresì, qual degno esecutore de' suoi consigli, il conte di Firmian, sotto la tutela del quale la Lombardia Austriaca venne a tanto fiore che stiam per dire che in lei verificossi la favolosa età dell'oro. Quanto alle instituzioni ecclesiastiche, dichiarò Giuseppe la religione cattolica dominante, ma volle che si tollerassero tutte; comandò ai vescovi che niuna bolla pontificia avessero per valida, se non fosse loro dal governo trasmessa; statuì che gli ordini dei religiosi regolari non dai loro generali residenti a Roma, ma bensì dal superiore ordinario, cioè dal vescovo, dipendessero; abolì i conventi che gli parvero inutili, lasciando sussistere fra le monache solamente quelle che facevano professione di ammaestrar le fanciulle; eresse nuovi vescovati, accoppionne altri; fondò poi un numero assai considerabile di parrocchie, sollecito della instruzione di tutti i fedeli.
Anco di Leopoldo di Toscana abbiamo narrato quanto bisognava e sì di recente che il tenerne nuovamente discorso sarebbe oziosa replica. Ma non così degli altri italiani Stati, intorno a' quali, ben che qua e colà siasi all'evenienza parlato, rendesi di tutta necessità divisare a parte a parte la loro attuale condizione, senza che, niuna concatenazione avrebbero i fatti che verranno in appresso.
Essendo il re Carlo di Borbone salito sul trono di Spagna nel 1750, cedè il regno delle Due Sicilie a Ferdinando IV, suo figliuolo secondogenito, costituito allora nella tenera età di nove anni. Creata prima di partire la reggenza, pose per moderatore della giovinezza del nuovo re il principe di San Nicandro, il quale, privo di ogni sorte di lettere, non potendo insegnare altrui quello che non sapeva egli medesimo, insegnò al regio alunno la pesca, la caccia ed altri cotali esercizii del corpo. Di questi si invaghì Ferdinando che ne prese poi in tutti i tempi di sua vita grandissimo diletto. Ma crebbe poco instrutto di ciò che importa alla vita civile ed al governo degli Stati; pure amava chi sapeva e di consigliarsi con loro. Piacque alla fortuna, qualche volta pure favorevole ai buoni, che a quei tempi avesse grandissima introduzione e principal parte nei consigli napolitani il marchese Tanucci, uomo dotto, di libera sentenza, mantenitor zelante delle prerogative reali ed avverso alle immunità, massime in materie criminali. Dava il re facile orecchio alle parole sue; però il governo del regno procedeva con prudenza e con dolcezza. Speravasi qualche moderazione al dispotismo feudale, che in nissuna parte d'Italia erasi conservato più gravoso che in quel regno, principalmente nelle Calabrie. I baroni, possessori dei feudi, nemici egualmente dell'autorità regia e del popolo, quella disprezzavano, questo aggravavano. Oltre i soliti bandi della caccia, della pesca, dei forni, dei mulini, essi nominavano i giudici delle terre, essi i governatori delle città; per loro erano le prime messi, per loro le prime vendemmie, per loro le prime ricolte degli olii, delle sete e delle lane; per loro ancora i dazii d'entrata nelle terre, i pedaggi, le gabelle, le decime ed i servigi feudali. In somma erano i popoli vessati, l'erario povero, l'autorità regia manca. Sì fatte enormità, tanto discordanti dal secolo, non potevano nè sfuggire a Tanucci, nè piacere ad un re di facile e buona natura. Però con apposite leggi furono moderate. Inoltre Tanucci chiamò i baroni alla corte; il che fu cagione che, raddolciti i costumi loro, diventarono più benigni verso i popoli.
Quanto agli Stati esteri, questo ministro, amico a tutti, pendeva per la Francia: ciò spiacque a Carolina d'Austria, fresca sposa di Ferdinando. Fu dimesso Tanucci, e surrogati in suo luogo, prima il marchese della Sambuca, poi Acton.
Pure le salutari riforme si continuarono; parecchi privilegi baronali furono aboliti, i pedaggi soppressi, migliori speranze nascevano dell'avvenire. Gli animi si mostravano disposti. Aveva Filangeri filosofo pubblicato i suoi scritti, nei quali non sapresti dire se sia maggiore la forza dell'ingegno o l'amore dell'umanità. Erano con incredibile avidità letti e con grandissime lodi celebrati da tutti. Sorse allora universalmente un più acceso desiderio di veder lo Stato ridotto a miglior forma. Volevasi una libertà civile più sicura, una libertà politica maggiore, una tolleranza religiosa più fondata. Nè a questa inclinazione dei popoli contrastava il governo non ancora insospettito della rivoluzione di Francia.
Nel regno di Napoli specialmente più si desideravano le riforme, perchè maggiori radici avevano messe le generose dottrine, massime fra i legisti. Gran confusione ancora era nelle leggi: vivevano tuttavia quelle degli antichi Normanni, viveano quelle dei Lombardi, nè le leggi dei due Federici, nè le aragonesi, nè le angioine, nè le spagnuole, nè le austriache erano del tutto dimesse. Quindi niun diritto in palese, nè niuna lite terminabile. La gravità del male faceva più desiderare il rimedio, principalmente negli ordini giudiziali, per le dette ragioni imperfettissimi.
Ma queste cose meglio si conoscevano per dottrina che per esperienza; desideravasi qualche saggio pratico della utilità loro. Aveva il re, mentre viaggiava in Lombardia, visitato le cascine, per cui tanto sono celebrate le pianure del Parmigiano e del Lodigiano. Piaciutegli opere tali, ne fondò una a San Leucio, luogo poco distante da Caserta. La colonia cresceva. Gli amatori delle riforme tentarono Ferdinando, dicendo che poichè era stato il fondator di San Leucio, fossene anche il legislatore; e l'ottennero facilmente. Statuì il re delle leggi della colonia, per cui venne a crearsi nel regno uno Stato indipendente, di cui solo capo era il re. Dichiarossi la colonia indipendente dalla giurisdizione ordinaria, e solo soggetta ai capi di famiglia ed agli anziani di età; gli atti appartenenti alla vita civile, massime al matrimonio, reggevansi con forme e regole speciali, ogni cosa in conformità delle dottrine di Filangeri. Con queste leggi particolari prosperava dall'un canto continuamente la colonia, dall'altro il re vieppiù se n'invaghiva, e vedutone il frutto in pratica, diventava ogni dì meno alieno da quei pensieri che gli si volevano insinuare. Appoco appoco si distendevano nel popolo, ed il desiderio di nuovi ordini andava crescendo, parendo ad ognuno che quello che per l'angustia del luogo era fino allora utile a pochi, sarebbe a tutti, se con la debita moderazione a tutti si estendesse.
Questi consigli tanto più volentieri udiva Ferdinando, quanto più coloro che glieli porgevano erano i più zelanti difensori contro chiunque dell'autorità e dignità sua. Già s'era Tanucci dimostrato molto operativo intorno alle controversie romane. Già, per consiglio suo, erasi soppresso il tribunale della nunziatura in Napoli, a cui erano chiamate in appello avanti il nunzio del papa tutte le cause nelle quali qualche ecclesiastico avesse interesse; fu anche troncato ogni appello a Roma. Era Tanucci stato anche autore che la corona di Napoli, e non la santa Sede, nelle vacanze dei benefizii nominasse i vescovi, gli abbati e gli altri beneficiati, che la presentazione della chinea il giorno di san Pietro in un'offerta di elemosina si cangiasse, che il nuovo re non s'incoronasse per evitar certe formalità che si usavano fin dai tempi dei re Normanni, e che la sovranità romana sul regno indicavano. Per consiglio suo medesimamente s'era diminuito il numero dei religiosi mendicanti, e soppressa la società di Gesù. Parlossi inoltre di rendere i regolari indipendenti dai generali loro residenti a Roma, e d'impiegar una parte dei beni della Chiesa per allestire un navilio sufficiente di vascelli da guerra.
Tutte queste novità non si potevano mandar in esecuzione senza querele dalla parte di Roma; infatti elle furono molte. Così sorsero nel regno molti scrittori a difesa della libertà e della indipendenza della corona. I fratelli Cestari risplendevano fra i primi: si accostò a loro il vescovo di Taranto; ma vivi soprattutto si dimostrarono coloro che desideravano un governo più largo, proponendosi in tal modo e ad un tempo medesimo di difendere la dignità della corona, e di combattere le prerogative feudali. Ciò andava a' versi a Ferdinando non in pace con Roma; però ogni giorno più si addomesticava con loro, e li vedeva e gli udiva più volentieri. S'aggiunse che Carlo di Marco, uno dei ministri del re, uomo di non poca dottrina, dava lor favore, per quanto spetta alle controversie con Roma.
Tale era lo Stato del regno di Napoli, in cui si vede, come abbiamo già altrove notato, che i medesimi tentativi si facevano che nella Lombardia Austriaca ed in Toscana circa la disciplina ecclesiastica, ma con maggior ardore, a cagione delle controversie politiche con Roma. Rispetto poi alle riforme nelle leggi civili, vi s'era anche incominciato a por mano, ma con minor efficacia, perchè Acton non se n'intendeva e ripugnava; ed il re, occupato ne' suoi geniali diporti, amava meglio che altri facesse, che far da sè. Da ciò nasceva che gli umori non si sfogavano, ed il negato si appetiva più avidamente.