Lesse, si recò la mano alla nuca, rilesse, gli parve di smarrir la vista, sentì un freddo, un torpore diffonderglisi dal petto a tutta la persona. Qualcuno gridò nel cortile: «dov'è questo don Rocco?». Egli risalì a fatica nella sua camera, si ripose a letto senza quasi sapere che si facesse, senza pensiero, quasi, nè senso.
Abbasso lo cercavano, lo chiamavano. C'era il professore Marin e poche altre persone, venute per la messa. Nessuno capiva come la porta della chiesa fosse tuttavia chiusa. Il professore entrò in casa, chiamò la Lucia, chiamò don Rocco senza che anima viva gli rispondesse. Capitò finalmente in camera del prete e si fermò sulla soglia, sbalordito di vederlo a letto.
— Ohe! — diss'egli. — Don Rocco! A letto? E la messa?
— Non posso — rispose sotto voce don Rocco, supino, immobile come una mummia.
— Ma cosa? — replicò l'altro accostandosi al letto con sincero sgomento. — Che avete?
Quel viso turbato, quell'accento affettuoso ammollirono al povero don Rocco il cuore pietrificato dal dolore e dalla sorpresa. Stravolta dalle palpebre inquiete spicciarono due vere lagrime. La bocca serrata si torceva, tremava, ma resisteva ancora. Vedendo che non rispondeva parola, il professore corse alla scala, gridò giù d'andar a chiamare il medico.
— No, no — si sforzò a dire don Rocco, senza muoversi. La voce era soffocata dai singhiozzi. Lo udì solo il professore tornando a letto.
— No? — diss'egli. — Ma cos'avete, dunque? Parlate!
Intanto tre donnicciuole e un vecchio accattone ch'eran venuti per udire la messa, entrarono spaventati in camera circondando il letto, interrogando don Rocco alla loro volta. Egli taceva come il santo Giobbe, cercando padroneggiarsi. Forse la seccatura di tutte quelle faccie curiose, pendenti sopra la sua, lo aiutò.
— Andate — diss'egli, finalmente, agli ultimi venuti. — Non occorre medico, non occorre niente, andate!