— Adesso andiamo — ripigliò l'altra. — È tardi, sa, e ho a lavorare un pezzo.

— Recitiamo almeno un Pater, Ave, Gloria a S. Luca — disse don Rocco. — È l'ultima sera che faccio orazione qui. Bisogna lasciar un saluto.

Aveva detto: un Pater, Ave, Gloria; ma ne infilzò almeno una dozzina, trovando altrettante ragioni di salutare altri santi e sante di sua particolare conoscenza. Chi doveva fornire ai due devoti la salute eterna, chi la salute temporale, chi la grazia di vincere le tentazioni, chi un collocamento ragionevole, chi una buona morte e chi un buon viaggio. L'ultimo Pater fu recitato da don Rocco con singolar fervore, per la conversione piena di un'anima peccatrice. Se il prete fosse stato meno assorto nei suoi Pater, avrebbe forse potuto udire, dopo il quarto o il quinto, qualche sommessa giaculatoria di quel tal vescovo umorista dell'Amen. Ma egli udì solo la Lucia rispondergli con molta compunzione e ne fu tocco nel cuore.

Pochi minuti dopo meditava ancora, al buio, nel povero lettuccio della sua cella, sul contegno della Lucia, sul suo turbamento dei primi giorni quando certo una grossa battaglia si combatteva nell'animo di lei, sui salutari, evidenti effetti della grazia divina che aveva cercato nei sacramenti. Meditò anche sull'atto del Moro, sul raggio balenato in quella coscienza tenebrosa, foriero, se non altro, di una luce migliore e durevole. E vide nella sua mistica immaginazione, le fila della Provvidenza che lo compensava di un sagrificio sostenuto per il dovere. Era una beatitudine di pensare a questo, di sapere che perdeva tutte le sue poche comodità terrene per un premio così. Offerse anche il dolore di suo padre e di sua sorella, l'umiliazione sua propria, le strettezze in cui si sarebbe trovato. Vedeva in faccia al letto, per la finestra, il vago, lontano chiarore del cielo, sua speranza, suo fine. Gli si chiusero a poco a poco gli occhi, in una soave sensazione di fiducia e di pace. Si addormentò profondamente.

VI.

Non era ancora ben desto quando l'orologio di S. Luca suonò le sette e mezzo. Subito dopo suonarono anche le campane poichè don Rocco aveva, il giorno innanzi, avvertito il ragazzo solito a servirgli la messa, che l'avrebbe detta verso le otto. Balzò dal letto e andò a prendersi gli abiti che la Lucia gli doveva aver posti fuori dell'uscio. Niente. Chiamò una, due, tre volte. Nessuno rispose. Tornò perplesso in stanza e chiamò dalla finestra: Lucia! Lucia! Silenzio perfetto. Finalmente comparve il piccolo sagrestano. Non aveva veduto la Lucia. Era venuto a prender le chiavi della chiesa, aveva trovato aperto il portello del cortile, aperto l'uscio di casa; nessuno in cucina, nessuno in salotto. Non rinvenendo le chiavi era entrato in chiesa per il corridoio interno. Don Rocco lo mandò in salotto a pigliargli gli abiti, poichè era lì che la Lucia soleva lavorare di sera. Il ragazzo tornò a riferire che non c'erano abiti. Come non ci sono abiti? Don Rocco gli ordina di far la guardia davanti all'uscio di casa e scende a cercarli egli stesso, in camicia. A mezza scala si ferma e fiuta. Che abbominevole odor di pipa è questo? Don Rocco, molto buio in fronte, procede. Va diritto in salotto, cerca, fruga; niente. Torna in cucina con un certo battito di cuore. Puzzo orrendo, ma niente abiti. Sì, sotto la tavola v'è un mucchietto di roba sucida; una giacca, un paio di calzoni, un cappello da contadino. Don Rocco raccoglie, spiega, esamina col cipiglio più minaccioso. Gli pare averla veduta ancora, quella roba. Il suo cervello non capisce ancora niente ma il cuore comincia a capire e batte più forte di prima. Egli si prende il mento e le guancie con la sinistra, stringe, stringe, cerca spremersi fuori il dove, il come, il quando. Ed ecco che gli occhi suoi fermi sulla parete si accorgono finalmente di qualche cosa che il giorno prima non v'era. Vi stava scritto col carbone, a destra: «Tanti saluti». E a sinistra:

«Buono il vino

Buona la serva

Buono il gabano

E buono don Rocho».