«E ora, se si ricorda le nostre conversazioni sul mondo invisibile e sui fenomeni che il secolo nega perchè lo umiliano, non troverà strano ch'io desideri manifestarmi a Lei, dopo la mia morte, in qualche modo sensibile. La sera del giorno stesso in cui riceverà questa lettera, si trovi sola, fra le dieci e le dieci e mezza, nella Sua saletta del piano. Apra la porta che dà sul giardino; le ombre della notte devono poter entrare. Suoni quindi la breve introduzione della romanza che Le ho inviata venti giorni sono. Dopo di questo, se Dio permette ch'io sia presente e possa darne segno, anche lieve, lo darò. Ella non conosce paura e vorrà consentire all'ultima fantasia sentimentale di un vecchio poeta che muore.
«È tempo di dirvi addio, Bianca. Ho qui davanti a me la testina leonardesca che Vi somiglia. Gli occhi dell'incognita sono men grandi, i capelli più chiari; ma l'espressione originale del viso è la stessa. Questo dolce sole d'ottobre che passa tra i miei libri chiusi, brilla sul quadretto. Vi vedo viva, depongo la penna, Vi guardo, Vi guardo, un'ultima irragionevole lagrima mi cade e si perde per sempre, come lo merita. Addio, addio!
«Ponete questo ritratto nel vostro salotto di Padova.
«Ermes Torranza».
— Sì, sì, sì — singhiozzò Bianca appassionatamente. — Tutto! — Si chiuse il viso tra le mani, promise a Torranza, con uno slancio del cuore, che avrebbe appagato tutti i suoi ultimi desiderî e pregò, senza parole, per esso.
Cadendo quell'impeto di fervore, il suo pensiero si assopiva, si perdeva, senz'avvedersene, in un altro campo. Ella non pregava più; aperte le mani, guardava la fiammella del cerino, si sentiva tornar nel cuore le conversazioni avute con Torranza sui misteri d'oltre la tomba. Non cercava nè combatteva queste memorie; le lasciava venire, inerte. Ad un tratto spense il cerino, pregò un altro poco e si rizzò. Era notte, il bianco oceano silenzioso empiva sempre le finestre; pareva essere in un'isola. Le venne in mente, malgrado sè stessa, un racconto meraviglioso fattole dal poeta, una camera buia nel vecchio castello reale di Stoccolma, in mezzo al mare; il re Carlo XI che siede taciturno al fuoco ascoltando il dottore Paumgarten parlar della regina morta, poi si alza, va alla finestra e dice al conte Brahe: Chi ha acceso i lumi nella sala degli Stati?
Qui non apparivano lumi; appoggiando il viso ai vetri si vedeva in alto, nella nebbia, un diffuso chiarore lunare. Bianca non potè a meno di pensare alla sala del piano, di vedervisi sola con le candele accese, ad aspettare uno spirito.
Alle sette e mezza uscì di camera senza lume, discese la scala rischiarata dai quattro finestroni che rompono tutto un fianco del palazzo, del primo piano alla cornice. Attraverso i due superiori si vedeva la luna mancare e tornare fra le nebbie fumanti; dei vani azzurrognoli si aprivano e si chiudevano nel cielo.
— Sei qua? — disse dal fondo della scala la signora Giovanna.
Subito dopo, la fessa vocina stizzosa di Beneto gridò più da lontano: