Il castello non aveva proprio niente di raro, toltone la postura e quel cortile pittoresco; ma quando Chieco s'infatuava d'un luogo, lo sentiva da gran poeta fantastico, lo idealizzava con una potenza straordinaria.

— Questo è Castel Divino, capisci? — mi diss'egli nel cortile, estatico davanti a un capitello gotico dei più comuni. — Guarda che bestia gentile dev'essere stato lo scultore di quella graziosa porcheria lì! Sono dieci anni ch'io passo otto mesi dell'anno a Parigi e puoi pensare se ho visto Pierrefonds. Ho visto anche i castelli del Reno. Ebbene, sono niente rispetto a questo; ti dico niente. Qui, se tu non sei troppo asino, ci vedi tutti i tempi. Questo pavimento non sa che sia scalpello, tu lo vedi; è ancora dell'età della pietra. Le fondamenta di queste mura son romane. Va qui vicino dal prete di Santa Pazienza, ch'è un sant'omo, a domandare se i Romani non praticavano qui. E poi c'è tutto questo Medio Evo; e poi nelle camere tu hai veduto il Rinascimento fino al rococò; e poi ci sono i Purganti che sono il vile presente; e poi ci sono io che sono l'avvenire!

Gli chiesi se avesse fatto gite.

— Che gite, che gite! — mi rispose. — Queste sono idee da ragionàt. Mi volevano ben mandare a Santa Pazienza, a Mancavino, al diavolo che li porti. Ma io, questi nomi, li fiuto e mi basta. Vado qualche volta a Comano, ecco tutto. Domattina, per esempio, vado a far colazione a Comano.

— Vengo anch'io! — dissi.

— No! — gridò Chieco. — Nossignore! Domattina Lei resta a Castel Tavolino e mi rimpasta qualche dozzina di versi. Io vado per intendermi sul ballo.

— Che ballo?

— Il ballo che si dà qui domani sera. Una cosa magica, mio caro; vedrai. Ho invitato tutti quegli straccioni di Comano per aver lei. Si fan due passi fuori?

— Chi, lei?

Chieco mi piantò per ricomparire due minuti dopo in ombrellino, panama e babbucce.