Questo accesso di febbre matrimoniale mi strappò una esclamazione molto ammirativa. Allora Chieco mi parlò con toccante gravità della tristezza ch'era in fondo al suo cuore, sotto tanti pazzi umori, come l'acqua morta, scura in fondo al lago sotto tanto ballare e luccicare d'onde. Era stanco, disgustato di tutto fuorchè della musica e di un suo antico ideale d'amore, non detto mai ad alcuna delle tante femmine che aveva prese un momento.

— Ho trentott'anni — mi diss'egli — ma potrei forse amare ancora ed esser felice come un fanciullo di venti.

— E perchè non lo sarai? — diss'io.

— Perchè questa stupida non mi ama — rispose.

La signora Purgher chiamò da una finestra. Chieco balzò in piedi e, ficcatosi un dito in bocca, cacciò il suo fischio diabolico.

— Andiamo a tavola — diss'egli.

IV.

Mi fece udire quella sera stessa, sopra un piano scellerato, la sinfonia e, in parte, il primo atto della sua Tempesta. Per vero dire, la imitazione delle onde, del vento, dei tuoni, delle urla non mi è sembrata mai, con licenza dell'amico, straordinariamente felice in quella sinfonia; l'ultima melodia, che figura il canto d'Ariele quando acquieta il mare, è soave, ma ricorda forse un po' troppo la Canzone di primavera di Mendelssohn. Invece il pezzo sinfonico che segue, eseguito dall'orchestra a sipario alzato e scena vuota, mi parve veramente, come parve al pubblico sublime. La musica non è descrittiva, ma seconda mirabilmente l'immaginazione dello spettatore che sappia esser quella un'isola deserta dell'Oceano, popolata da spiriti obbedienti a un mago, e dove si prepara uno strano dramma in cui avranno parte quelle aeree potenze misteriose e tante passioni umane.

L'amico mio infondeva nella sua esecuzione una vita indiavolata, mi gridava i nomi degli strumenti, li imitava con la voce, urlava nei punti di grande sonorità, rovesciando il capo all'indietro, tempestando con le braccia e con le gambe. Mi fece udire con gli altri pezzi, il duetto originalissimo di Calibano e Ariele, di cui non erano per anco scritti i versi. — E il duetto dell'anima — mi disse Chieco. — Shakespeare non lo ha immaginato, ma io sì. Lo faccio precedere da un assolo di violoncello ch'è divino. Te lo suonerò poi, fuori di qui.

Il bizzarro uomo suonò infatti più tardi questo pezzo ispirato a capo della scala che scende nel cortile, presso una finestra poetica da cui si domina il lago e si vedon giù, porgendo il capo, le alte mura, lo scoglio, i salici e i fichi selvatici che ne sbucano a pender sull'acqua. Io sedeva sulla scala, cinque o sei gradini più sotto.