Feci un atto di meraviglia.
— Oh! furfante! — esclamò Chieco. — Vuoi che l'abbia fatto venire a mie spese il canotto? Vuoi fare all'amore tu e ch'io paghi? Come sei ragionàt!
Non capivo bene, sulle prime, se scherzasse o no, ma il dubbio durò poco. Chieco voleva veramente le trentadue lire e io le sborsai, dichiarando tuttavia che in canotto non ci sarei andato, poichè la sua incognita non mi tentava affatto.
— Oh — diss'egli — tu vuoi farti rendere il denaro?
Alle corte, dovetti promettere, per non offenderlo, di fare a suo modo, ma soggiunsi che non sarei uscito un momento dalla mia parte di barcaiuolo.
VI.
Alla sera Chieco, in frac e cravatta bianca, raccolse una banda di ragazzotti, distribuì loro delle lanterne di carta e delle torcie a vento, li schierò in colonna, vi collocò in mezzo i due violinisti, e, salito sull'asino di casa Purgher, si pose a capo di una bizzarra marcia alle fiaccole, in omaggio a quelli di Comano che doveano trovarsi al Ponte delle Sarche dopo le nove. I violini stridevano, Chieco zufolava, i portafiaccole facevano un chiasso d'inferno, il terzo musicista tirava razzi dal nero culmine del castello, sul monte Cavedine sorgeva un fantasma velato di luna. Io m'imbarcai per una corsa di prova. Il canotto era un vecchio arnese pesante, troppo alto di sponde, fatto per i flutti e le collere, fluctibus et fremitu, del Garda, ben diverso dalla elegante barca inglese che il maestro aveva a Fiumelatte; ma stava a galla, e io non desideravo di più. Approdai subito al luogo indicatomi da Chieco e vi attesi che le fiaccole e i clamori tornassero dal Ponte delle Sarche. Faceva quasi freddo, l'aspettazione di questa signora che piaceva tanto a Chieco m'era sgradevole. Mi dolevo di avere scritto una certa lettera ad Antonietta, di non essere invece partito per S. Vincent dov'ella si trovava. Le avevo scritto per chieder perdono e pace, ma la penna non aveva forse scritto come il cuore dettava, la penna aveva forse talvolta sentito il freno del maledetto orgoglio; non mi si era risposto. Perchè scrivere? La febbrile visione di un incontro con Antonietta venne improvvisamente sopra di me. Era di una vivezza e, in pari tempo, di una mobilità tormentosa. Ora Antonietta mi passava a fianco senza salutarmi, conversando e ridendo con altri, ora mi diceva un freddo «buon giorno», ora il suo lungo sguardo mi correva deliziosamente le vene. Intanto i clamori e le fiaccole tornarono. Udii il fischio di Chieco. Voleva dire che la signora c'era e che mi tenessi pronto.
Ero uscito dal canotto e mi preparavo un'attitudine ossequiosa di barcaiuolo che aspetta, quando comparve Chieco tenendo a braccetto la dama avviluppata in uno sciallo bianco.
— Entra, entra tu! — mi gridò il maestro. — E a posto! La signora siede a prua e al canotto gli dò una spinta io. — Presto! — soggiunse, parlando a lei. — Facciamo presto, altrimenti ci prendono!
Infatti si gridava dietro a loro: Chieco! Chieco! anche noi! Dove siete, Chieco?