(Pianissimo)
Dio, come muor di gioia il trillo del violino!
EDEN ANTO
Un amico mio, profondo in zoologia, e convinto da lungo tempo che se il più vecchio degl'ippopotami viventi camminasse ritto sulle zampe posteriori, somiglierebbe tutto, almeno da tergo, al dottore Marcòn, assessore in una cittadina del Polesine, non importa quale, e gonfiato da piccolo notaio a gran riccone, non importa come; tanto che sarebbe pura giustizia chiamarlo ippopotamo d'oro, costui, e non vitello. Due immani piedi che invadono, l'uno il levante l'altro il ponente; due divergenti gambe colossali; un zimarrone mostruoso; nessuna traccia di collo, ma due vaste spalle curve e un testone tanto affogato in esse che la tesa del cappello posa sulla schiena; un enorme braccio proteso in fuori sopra una massa troppo corta; ecco il dottore Marcòn a posteriori.
Egli sguazzava l'altro giorno per le pozzanghere della piazza dove abita, con la ilarità pesante, nell'andatura, di un ippopotamo che fiuta l'acqua.
— Avvocato! — gli gridò un pretino arrancandogli dietro affannosamente. — Avvocato! La permetta!
Marcòn sguazzava sempre via per le pozzanghere senza voltarsi. Il prete lo inseguì ripetendo: Avvocato! Avvocato! Avvocato Vasco! — fino a che lo raggiunse, gli si appigliò allo zimarrone. Soltanto allora il notaio si voltò, senza fermarsi.
— Scusi, sa — diss'egli sorridendo e toccandosi il cappello. — Non sono mica l'avvocato. Servitor suo.
L'altro rimase lì di stucco, contemplando la schiena mostruosa allontanarsi placidamente.
Veduto così, Marcòn pareva tutto Vasco. Solo, Vasco era forse un hippopotamus minor che si distingueva pure dall'altro per le gambe ercoline, per il testone inchinato un poco a sinistra con una linea di melanconica mansuetudine.