Lo strano è che il dottore Marcòn sfangava appunto verso l'abitazione dell'avvocato Vasco. Chi sa che inquietudine nella mole mansueta, nel roseo faccione liscio dell'hippopotamus minor se avesse presentito il venire dell'hippopotamus maior! Ma egli, probo, mite e timido uomo, di origine e abitudini signorili, scivolato lentamente, a settant'otto anni, senza macchia e senza lagno, in una povertà tuttavia nascosta ma paurosa, non pareva pensare in quel momento al suo creditore Marcòn, nè ad alcuna miseria di questo mondo. Stava nel suo studio, ora scrivendo sopra un gran foglio di carta turchina, ora meditando sul frontispizio di un volume in quarto, ingiallito dai secoli. Sviscerato bibliofilo, possedeva una certa cultura classica, larga ed imperfetta, bizzarramente colorita di quel suo ingegno fantasioso che si compiaceva dei pregiudizi più insoliti, dei riavvicinamenti più inattesi, delle induzioni più poetiche, più abborrite dalla grammatica. L'età grave gli aveva tolto ormai di attendere alla sua professione; dalla famiglia non aveva che tribolazioni; dei vecchi amici solo qualche libro gli restava vivo e fedele.

Quel giorno la sua serva era uscita senza chiudere la porta e il dottore Marcòn infilò senz'altro la scala buia, venne su soffiando, aggrappandosi alla ringhiera, sostando ad ogni tre scalini.

— Senti il bestione — disse forte dall'alto la voce aspra della signora Vasco.

— Sarà andato al caffè, già, signor bestia — diss'ella sporgendo dalla ringhiera l'allampanata figura, il secco viso bilioso. — Quanto ci vuole a tirar su quella pancia? Oh Dio, dottore, scusi per carità, credevo che fosse mio marito.

— Niente, signora Carlotta — rispose Marcòn, pacifico. — È fuori di casa quell'altra pancia? —

La signora Carlotta corse a vedere, ritornò subito dicendo che Vasco era nel suo studio, e vi accompagnò il notaio.

— Zanetto — diss'ella spalancando l'uscio — guarda il dottore... Eh, vado vado — soggiunse, perchè il dottore si era voltato a lei con una faccia molto eloquente.

Intanto Zanetto, recatasi una mano alla papalina, si veniva levando su su dal seggiolone, guardava con due occhietti bambinescamente timidi e dolenti l'enorme visitatore piantato sulla porta a braccia e gambe aperte, con il cappello nella destra e la mazza nella sinistra.

— I miei complimenti, dottore — diss'egli, umile. — Si accomodi. —

L'altro disse solo: