— Patròn. —
E venne avanti cercando con gli occhi una sedia. L'avvocato finì di alzarsi; trottò a corti passi frettolosi, crollando il ventre, le spalle e la nappa della papalina, a prendere ed accostare due sedie.
Vi calarono piano piano a sedere, guardandosi, il Marcòn molto duro, l'altro molto trepidante.
— La permette? — fece il dottore coprendosi.
— Per amor del cielo! — rispose premuroso il signor Zanetto; e, incoraggiato da quell'ombra di cortesia, trasse la tabacchiera, offerse una presa al Marcòn, ne assorbì un'altra egli stesso; dopo di che i due personaggi, affondando il mento nello sparato, chini gli occhi e aggrottate le ciglia, fecero pulizia a buffetti nella camicia e nell'abito.
Finalmente il dottore Marcòn, spazzati via con quattro dita gli ultimi granelli di tabacco, rialzò la faccia.
— Dunque? — diss'egli.
Il povero Vasco si lasciò lentamente andare sulla spalliera della seggiola e, allargate le braccia cadenti, guardando in alto rispose:
— Non posso, proprio non posso.
Marcòn inarcò le sopracciglia, agitò le grosse labbra pendenti.