— La guardi bene — diss'egli. — La guardi bene, perchè La sa i nostri patti.
— Eh, sissignore. So i patti. Cosa vuole? Faccia. Mi rincresce per la Carlotta che si cruccerà, povera donna, con la sua tenerezza per me, immaginandosi che abbia a crucciarmi molto io. Io invece... cosa vuole?
Vasco abbassò la voce, fece un gesto solenne.
— Ghiaccio, signor mio — diss'egli — ghiaccio in punto... Oh bene — soggiunse — Le dirò che, essendo ghiaccio, cupio dissolvi, questo sì, cupio dissolvi.
Il ventre e le spalle gli sussultarono d'un breve riso amaro.
— Bravo da senno! — proruppe Marcòn. — Dica che non Le importa nè di debiti nè di creditori, caro Lei! Perchè non si dà le mani attorno? Questo Suo cognato a cui si doveva rivolgere? Questo figlio che Le doveva mandar denari?
— Sissignore, lo voleva, poveretto, perchè il cuore è grande; ma poi è mio figlio, quindi disgraziato. Come ufficiale di marina gli tocca andare in Africa, si figuri. Non parliamo, questa sarà una gloria della mia famiglia. Mio figlio scrive beato. Cosa vuole? Beato. Scrive una lettera che fa tenerezza, da eroe. Ma intanto gli occorre un cavallo subito, perchè gli ufficiali di marina potranno essere comandati a terra, e il ministro li obbliga a fornirsi di cavalli. Non crede? Le farò vedere la lettera.
— Gli mandi dell'asino — urlò Marcòn — che gli andrà benone!
Il povero avvocato, ferito nel suo amor paterno, nella sua buona fede, si storceva tutto, mettendo dei brontolii sommessi, qualche «o Dio» di meravigliato e timido risentimento.
— E il cognato? — chiese Marcòn.