— E il cognato... il cognato... — borbottò Vasco che di questo burbero parente aveva uno spavento orribile. — Per dirle la verità, non gli ho ancora parlato; volevo appunto andare da lui stamattina.

— Voleva? Ma vada, vada subito. Non abita qui vicino? L'aspetto. —

Vasco, levatasi la papalina con la sinistra, si grattò la nuca con la destra; quindi, potendo il terrore presente più del futuro, sospirò il suo solito ossequioso «con permesso», e uscì tentennando, con una faccia lugubre.

La signora Vasco udì giù per le scale i tonfi misurati del suo passo gridò, «serva sua, cavaliere» e corse allo studio del marito.

— È andato via, quel cane? — diss'ella aprendo. Vide Marcòn, strillò e fuggì tanto in furia che costui, quand'ebbe finito di girar verso lei la sua mole, il suo faccione sorridente, non la vide più.

Rimase lì un poco a considerar l'uscio, e poi si alzò, fece pian piano il giro dello scrittoio, guardò che cosa diavolo stesse scrivendo quell'imbecille di Vasco.

In capo al gran foglio di carta turchina si leggeva:

ULTIMO DESIDERIO

Seguivano alcune righe tagliate da due gran tratti di penna in croce.

«Condotto in questa mia cadente vecchiaia a dolorose strettezze, non valendo l'indebolito mio spirito a sopportar l'aspettazione angosciosa di tale miseria che neppur soffra un sottilissimo velo di esteriore decoro, convinto non potere ormai riuscire che di afflizione e gravezza alla mia moglie amorosa, non che al figlio dilettissimo, io...»