Era uno spettacolo fantastico, una magnifica festa notturna che il vento del Nord e la neve offrivano alla luna. Ella sorgeva sopra mille punte d'abeti, fra due montagne enormi, nel sereno. Ora la vedevo lucida, ora un turbinare di fumo argenteo la nascondeva nella sua stessa luce. Perchè non si poteva propriamente dire che nevicasse. Era neve delle cime, cacciata dalla tormenta. Fra un turbine e l'altro si vedevano tutte le creste bianche fumar su nel cielo azzurro.

— La scusi, signor Fogazzaro — mi disse in veneziano una voce tremante. — Non c'è il concerto, stasera?

Mi voltai, sorpreso.

— Scusi la libertà — riprese la signora Fedele. — So che siamo quasi concittadini.

Ma non mi ero tanto sorpreso del suo improvviso interrogarmi come della commozione strana, profonda, che sentivo nella sua voce, in una domanda così volgare. E poi il caro dialetto usato così di primo acchito, e quel chiamarmi per nome, mi avevano avvicinato con violenza alla misteriosa signora; con una violenza certo voluta da lei chi sa per qual fine.

— S'immagini! — le risposi. — Non credo che ci sia concerto. Ho udito che il compagno del cieco è malato e che questi s'è fatto scusare.

— E andrà via, forse? Non suonerà più?

I begli occhi mi parvero a un tratto più grandi, la voce più tremante.

— Non lo so davvero — risposi. — Credetti poi di dover soggiungere per cortesia:

— Lei ama molto la musica?