Ella non rispondeva, guardava fuori nella tempesta, nel baglior di luna e di neve. Scorso qualche momento, mi domandò ancora:

Il compagno, ha detto?

— Un signore, poco fa, diceva il compagno; ma ora, pensandoci, credo che s'inganni. Credo che sia una compagna, una signorina.

Ella appoggiò la fronte alle invetriate, come per veder meglio; in fatto, per non esser veduta in viso da me; e ricominciò a parlar con voce più sommessa di prima, più rotta dall'emozione.

— Sono qui senz'amici — diss'ella — senza nessuno, e posso aver tanto bisogno di un'anima buona. Penserà male di me, Lei, adesso? No, sa, non pensi male. So che Lei non mi giudica come gli altri. E poi m'hanno detto che ha famiglia. È per questo!

Parlava, così accorata!

— Si calmi, signora — risposi. — Se posso qualche cosa...

La gente tornava allora correndo, schiamazzando, allegra e intirizzita, dallo spettacolo della neve, e il generale mi cercava con gli occhi per finire la partita. Ci dividemmo rapidamente. Subito dopo, il padrone dell'albergo venne a fare pubblicamente le scuse del concertista, signor Zuane, impedito dalla indisposizione di sua figlia, che doveva accompagnarlo anche al piano. Lo stesso signor Brocco ci informò poi delle tristi condizioni di questo poveruomo, che, senza il concerto, non saprebbe come pagare lo scotto dell'infimo albergo dove alloggiava. Le signore, impietosite, mi pregarono d'andarlo a pigliare. Un valente allievo del conservatorio di Milano s'offerse di suonare con lui.

Partimmo subito, il giovinotto ed io, pieni di zelo. Il cieco signor Zuane ci accolse con gratitudine dignitosa, con grave cortesia da re in esilio, parlando un italiano floscio che affondava ogni momento nelle mollezze del mio dialetto natio. Era insieme comico e triste di udirlo discorrere così solennemente, accompagnando alle parole il gesto ampio e interrompendosi tutto perplesso quando incontrava con la mano il cappello nevicato che il mio compagno gli aveva storditamente posto davanti sul tavolino. Udivamo la signorina Zuane tossire nella camera vicina, aperta, da cui entrava una luce affatto superflua al signor Zuane, affatto insufficiente a noi. La signorina ci pregò, nello stesso morbido linguaggio paterno, di venire a prenderci il lume. La sua voce mi colpì; quando poi vidi lei a letto, credetti proprio vedere i capelli biondi, il delicato viso della signora Fedele.

— Le raccomando tanto papà, signore — mi disse. — Sento che sono così buoni!