Poi alzò il capo dal guanciale e mi accennò di accostarmi a lei.
— La scusi, per carità — mi sussurrò ansiosa. — Conosce Lei qui una signorina veneziana, bionda, che mi somiglia?
— Sì, la signora Fedele.
— Per carità, non la lasci parlare a papà, La supplico a ogni costo! Glielo dica magari a nome mio. A nome della Lisetta, dica. Adesso no, adesso no per carità!
Non si spiegò più di così. Partendomene con il signor Zuane, cercavo invano, fra me e me, di penetrare il mistero di dolore che avevo sentito prima nelle parole della Fedele, poi in quelle della signorina Lisetta; e mi pesava assai d'essermivi lasciato immischiare.
Non vidi bene lo Zuane in viso che all'Hôtel Brocco, davanti alle candele del piano, quand'egli aspettava, in piedi, che aprissero lo strumento, che ne portassero via le montagne di musica e si accomodassero gli sgabelli. Altissimo della persona, si teneva immobile ed eretto come una statua d'imperatore antico, levando sopra noi tutti la faccia più marmorea e tragica ch'io abbia incontrato mai. Era una faccia color di cera, senza un pelo, dal naso scultorio, dall'austera fronte imperiosa, piena d'anima sopra gli occhi sinistramente chiusi, piena quasi di un arcano sguardo che vi si spandesse sotto, cercando uscita.
Non c'era moltissima gente, perchè la società dell'Hôtel Ravizza non aveva osato affrontare il vento e la neve. La signora Fedele era là, nel suo cantuccio favorito. Guardava il cieco, ma non accennava di volerlo accostare.
Nei brevi momenti della mia visita allo Zuane e del tragitto all'albergo, lo avevo udito parlar dell'arte sua con la devozione sincera, profonda di un fanatico. Egli era, tuttavia, assai mediocre artista. Aveva più forza ed esattezza che espressione, e mostrava poi, nella scelta dei pezzi, un gusto molto dubbio. Il pubblico, tocco dalla sua sventura, applaudì il primo ed il secondo pezzo, applaudì più ancora il terzo, una fantasia a quattro mani in cui l'allievo del Conservatorio si fece troppo onore con scarsa carità del povero cieco.
Ma il programma era soverchiamente lungo. Parecchi uscirono a guardare il tempo, a giuocare nel gabinetto attiguo al caffè. I pochi rimasti chiacchieravano. Durante il quinto o sesto pezzo, non ricordo bene, la signora Fedele si alzò e venne dov'ero io, presso al piano, nel vano della finestra. Guardava, molto pallida, quelli che uscivano, guardava quelli che conversavano, con occhiate, non dirò di sdegno ma di tristezza amara. Io tremava che, finito il pezzo, ella volesse appiccar discorso con lo Zuane. Avevo ancora negli orecchi gli scongiuri della signorina malata, quel suo affannoso «La supplico!» Mi chinai e le dissi:
— La signorina Lisetta La scongiura di non parlargli, adesso.