— Accendendo il lume... — soggiunse il prete, esitante — se Lei ha una lente... si potrebbe vedere...

— Nossignore — balbettò l'avvocato.

L'altro non osò insistere, suppose che il vecchio avesse un sonno invincibile. Si trattenne ancora un poco, in silenzio; quindi dal respiro affannoso dell'avvocato argomentò che dormisse, e uscì a tentoni, in punta di piedi.

Il povero Vasco si disponeva infatti a dormire un sonno invincibile. Pochi minuti più tardi, il rapido fuoco senza fiamma, che correva talora per le reliquie nere del volume, rivelò scomposta la sua mite accorata faccia di bambino. Sulla soglia del Vero, l'ultima illusione gli dava l'ultimo calore, l'ultima luce.

Morì nella notte.

QUARTO INTERMEZZO

MARTINI
GAVOTTA

(Imitazione all'8ª)

(Un vecchio e una fanciulla ballano la gavotta all'aperto, conversando. A misura che la fanciulla dice, il vecchio segue).

EGLI ELLA
Leggero e grazïoso
Ballate com'io ballo.
Leggero e grazïoso Movo col suono e poso
Guardami come ballo. Piede non metto in fallo
Dietro a te movo e poso.
Sol se tu falli io fallo. Sorrido e vo pensando
Nel core mio, ballando,
Sorrido e vo pensando Un folle giovinetto
Nel core mio, ballando, Che adesso avria dispetto
La Lena giovinetta Mentr'io col mio vecchietto
Che a casa ora m'aspetta Ho placido diletto.
Bisbetica vecchietta. Lesto, messere, a voi!
Qual tratto avria vendetta, Porgetemi il mazzetto.
Tempo già fu, di noi.
Eccovi i fiori in fretta. Dolce così ballare
Come si balla noi,
Bello così ballare Ridendo, pianamente;
Come si balla noi, Il cor non s'infiammare,
Pian piano, dolcemente, Non perdere la mente.
E non sudar, soffiare,
Pigliarsi un accidente. Dolce ballar così
Sul fresco prato a sera
Dolce ballar così Or che odorosa è qui
Sul fresco prato a sera Tepida primavera.
Con te che ridi qui.
Vezzosa primavera. O l'una o l'altra gota
Baciatemi, messere,
Tra l'una e l'altra gota, Come gavotta vuole.
Un bacio, a mio vedere,
Meglio posar si suole. M'è vostra usanza ignota;
Amabil cavaliere
Ah, tale usanza ignota Baciar così non suole.
A le tue labbra fiere
Non insegnar mi duole. Ballate com'io ballo
Che piè non metto in fallo.
Io come posso ballo Lasciate il sospirare,
E sospirando fallo. Follia ch'è stata è stata;
Mi muove a sospirare Potrò dimenticare
La bocca tua rosata, Che fui così baciata.
Vorrei dimenticare
Ch'è a sera la giornata. Posiam, forse v'offende
Omai l'umida notte,
Il tuo parlar m'offende La tosse vi riprende,
E non l'umida notte, Vi mordono le gotte.
Amara mi riprende Messere, ite a la Lena.
Tristezza e non le gotte.
Miglior di te era Lena. Ed io sui prati errando
A la nascente luna,
I prati attraversando Cantando andrò, lodando
A la nascente luna Mia vita e mia fortuna
Meco verrò ammirando Sì placida e serena;
Sì come ancor fortuna Con riso andrò pensando
A naufragar ci mena Quale follia vi mena
In savia etate, quando Tutti ad un laccio stretti,
Ne tenta una sirena. Vecchietti e giovinetti.
Addio, torno a la Lena, Messere, ite a la Lena,
Vado a trar lei di pena, Ite a trar lei di pena,
Bella, addio, buona notte, buona notte. Ite ite, buona notte, buona notte.
Buona notte. Buona notte.