Mi si permetta di non dire perchè Elena non voleva che io le domandassi mai espressamente di rimanere con lei un'ora o due dopo la mezzanotte, quando si spegnevano, di solito, i fanali del cancello, la lampada del vestibolo. Era convenuto fra noi che se Elena prendeva rhum nel suo thè, invece di latte, questo favore mi veniva concesso. Dunque le domandai:

— Latte o rhum?

Elena si voltò. Non le si vedevano più in viso le due righe lucenti.

— Senti — diss'ella come se non avesse intesa la mia domanda — mi hai detto una volta che vi sono troppi enigmi nel mio carattere, ch'esso è troppo inverosimile per farne una creazione artistica. Non me l'hai detto?

Era vero e lo confessai.

— Non dev'essere così — riprese Elena con impeto. — Tu ami troppo le donne della tua fantasia! Io sono più bella, più viva e più vera! Chi è questa gente che mi troverà inverosimile? Che t'importa di loro, a te? Credi forse che avrai mai fama? Non ti amerei tanto! Io non degno neppur ricordarmi di tutta questa povera gente al di sotto di noi. Voglio che tu faccia di me un poema quando cominceresti a dimenticarmi.

La interruppi protestando, le afferrai una mano.

— Voglio — proseguì abbandonandomi la sua gelida mano — rinascere nella tua mente, essere amata da te come le altre e più ancora. Me lo prometti?

— Elena — esclamai — mia, per sempre mia Elena, perchè mi parli così, come mai pensi?...

Ella impallidì, gli occhi suoi lampeggiarono d'impazienza.