— Vedete — soggiunse il professore — che sono informato. Si tratta, contessa, di un caso che don Rocco deve sciogliere alla prossima congrega.
— Qui non c'è congreghe — disse la contessa. — Lasci stare.
Ma non era così facile cavare una vittima dalle unghie del professore.
— Non ne parliamo più — diss'egli tranquillamente. — Sentite però, don Rocco; io non la penso come voi su quel punto. Per me, pereat mundus.
Don Rocco fece un cipiglio feroce.
— Io non ho parlato con nessuno — diss'egli.
— Don Rocco, avete chiacchierato, e lo so — riprese il professore. — Abbia pazienza, contessa, giudichi Lei.
La contessa Carlotta non voleva saperne, ma il professore tirò via imperturbato a esporre il caso di Sigismondo, come la Curia vescovile lo aveva proposto.
Un tale Sigismondo, colto da improvviso malore, chiede di confessarsi. Appena è solo col prete si affretta a dirgli che altri sta per compiere un omicidio di cui egli fu istigatore. Proferite queste parole perde la voce e i sensi. Il sacerdote dubita se Sigismondo abbia parlato in confessione o no, e non può impedire il delitto, non può salvare questa vita umana in pericolo, se non usando della confidenza ricevuta. Deve egli farlo, o lasciar uccidere un uomo?
— Don Rocco — conchiuse il professore — vorrebbe che il prete facesse da carabiniere.