Il povero don Rocco, martoriato nella coscienza dallo scrupolo di trattare questo argomento in una conversazione profana e dall'ossequio al suo canzonatore, ecclesiastico di età matura e professore nel Seminario vescovile di P., si contorceva, masticava delle scuse.
— No... ecco... dico... mi pareva...
— Mi meraviglio che si scusi, don Rocco — disse la signora. — Mi meraviglio che pigli sul serio gli scherzi del professore.
Questi protestò e strinse con sottili domande i panni addosso a don Rocco, si mise a spremerne adagio adagio quella miscela d'istinto retto e d'argomenti storti che aveva in capo, ripulendolo con garbo d'ogni cattiva ragione e d'ogni buon senso, per lasciargli uno stupore pieno di contrita umiltà. Ma il giuoco durò poco, perchè la signora congedò la compagnia col pretesto ch'eran suonate le undici. Trattenne però don Rocco.
Era la contessa Carlotta che lo aveva scelto, pochi anni prima, a rettore della chiesa di S. Luca, proprietà della signora stessa. Ella pigliava con lui un'aria vescovile che il giovane prete, semplice di spirito quanto umile di cuore, comportava in santa pace.
— Farebbe meglio, caro don Rocco — diss'ella quando rimasero soli — a occuparsi meno dei casi di Sigismondo e più dei Suoi.
— Perchè? — chiese don Rocco, interdetto. — Non so niente.
— S'intende; lo sa il Comune, ma Lei non sa niente.
Gli occhi della signora soggiunsero chiaramente: povero mammalucco! Don Rocco tacque.
— Quando torna la Lucia? — chiese lei.