Questa Lucia era la serva di don Rocco ch'egli aveva lasciato andare a casa per quattro o cinque giorni.

— Domenica — rispose. — Domani sera. — Ah! — esclamò a un tratto sorridendo assai soddisfatto della propria intelligenza. — Adesso ho capito, adesso so cosa Lei vuol fare. Niente, non è vero niente.

Aveva finalmente inteso che si trattava di chiacchiere corse in paese su certi amori della sua serva con un tal Moro, un pessimo soggetto, pratico da un pezzo della Pretura e del Tribunale, che univa diabolicamente l'astuzia al malvolere e alla forza. Qualcuno teneva che non fosse interamente malvagio, che il bisogno, i mali trattamenti d'un padrone ingiusto lo avessero tratto alla colpa; ma tutti lo temevano.

— Non è vero niente? — replicò la signora. — Allora non so cosa dirà il paese quando alla serva del prete succederanno delle novità.

Don Rocco diventò di fuoco e fece un cipiglio spaventoso.

— Non è vero niente — diss'egli brusco, risoluto. — La ho interrogata io stesso appena udite quelle chiacchiere. Son cattiverie della gente. Non lo vede neanche mai quell'uomo.

— Senta, don Rocco — disse la signora. — Ella è buono, buono, buono. Ma siccome il mondo non è così, e siccome c'è scandalo, così se Lei non si risolve a mandar via subito quella creatura, bisogna che mi risolva io a qualche cosa.

— Farà quello che vuole — rispose il prete, asciutto. — Io debbo considerare la giustizia, non è vero?

La contessa lo guardò e disse con una certa solennità:

— Va bene. Vuol dire che Lei ci penserà ancora stanotte, e domani mi darà l'ultima risposta.