Prese il soffietto di ferro, una specie di canna da spingarda, ne volse un capo alle brage e soffiò nell'altro in modo così insolito che ne uscì un fischio potente. Quindi die' di piglio alla cena.
Che diavolo aveva? Ora divorava, ora levava la faccia e rimaneva lì trasognato, ora camminava su e giù per la cucina, urtando le sedie e la tavola. Pareva una bestia prigioniera che ogni tanto leva il muso dall'osso, ascolta e guarda, lo acciuffa, lo lascia, dà una girata rabbiosa per la gabbia, torna a sgretolare.
Don Rocco intanto pendeva sul suo scartafaccio, ammirando ancora ciò che aveva veduto, non sapendo trarne, nel suo candore, alcuna induzione, ascoltando in pari tempo i passi e i rumori della camera vicina, con certa torpida inquietudine che somigliava vagamente alla paura, come la intelligenza dello stesso don Rocco all'ingegno. Sentirà poi — si diceva. — Cosa ho a sentire? Che sa dove sono i denari? — Li aveva messi nel cassettone della sua camera da letto, ma erano in tutto due biglietti da dieci lire, e don Rocco pensò con soddisfazione che il vino nuovo non era ancora venduto e quei denari là eran sicuri dalle unghie del Moro.
Violenze non pareva che costui ne minacciasse. — Infin dei conti andranno venti lire — concluse don Rocco adagiandosi nella sua filosofica e cristiana noncuranza dell'oro. Abbandonò mentalmente le venti lire al loro destino e cercò ricondurre i pensieri al sacro testo «nemo potest duobus dominis servire.» Nello stesso momento gli parve udire fra i passi affrettati del Moro un gran colpo sordo, più lontano, come di un uscio che si sfondi; poi il tonfo d'una seggiola rovesciata in cucina; poi un altro colpo lontano. Il Moro entrò in salotto e chiuse violentemente l'uscio dietro di sè.
— Don Rocco, son qua — diss'egli, — Ha finito anche Lei?
— Ci siamo — pensò il prete, a cui ogni altra cosa che quella presenza uscì di mente.
— Finito, no — rispose. — Ma finirò quando sarete andato via. Cosa volete?
Il Moro prese una seggiola, gli sedette in faccia, incrociò le braccia sulla tavola.
— Faccio una brutta vita, signore — diss'egli. — Una vita da cane e non da cristiano.
A don Rocco, per quanto disposto placidamente al peggio, si allargò il cuore. Egli rispose severo, e con gli occhi bassi: