La contessa gli ordinò che nessun contadino del cortile rustico fosse lasciato entrare in casa e che nessuno di casa andasse nel cortile. Poi gli diede l'ordine per il cocchiere di tener pronto fra un'ora il landau con i cavalli che gli avrebbe detto il conte.
— Cosa vuoi fare? — disse questi, che intanto aveva ripreso fiato. — Non ammetto esagerazioni.
— Esagerazioni, hai il coraggio di dire? Sarò tua schiava in tutto, ma quando si tratta della vita, capisci, quando si tratta di mio figlio, non ascolto più nessuno. Partire subito, voglio. Ordina i cavalli.
Il conte s'irritò. Come si potevano spingere le cose fino a questo punto? Che convenienza c'era di scappare così? E gli affari? Fra due giorni, fra un giorno, via, fra dodici ore, sarebbe partito; prima no! La contessa non gli lasciava dir quattro parole senza ribatterle con la maggiore violenza. Che convenienza! Che affari! Vergogna!
— E la roba? — diss'egli. — Bisognerà bene prendere con noi qualche cosa. Ci vorrà bene del tempo!
Sua moglie fece un'esclamazione sdegnosa. Ella s'impegnava di allestire i bauli entro un'ora.
— Ma dove si va? — domandò ancora il marito.
— Alla stazione della ferrovia e poi dove vorrai tu. Ordina questi cavalli.
— Sono stufo — gridò il conte. — Ordino quello che pare a me. E dopo tutto vadano anche gl'interessi, vada tutto, cosa m'importa? È roba tua, già... Le saure!... — diss'egli rabbiosamente al cameriere che aspettava in disparte, impassibile.
Questi uscì.