La contessa si vestì e si pettinò in un lampo, giungendo spesso le mani negli slanci di tacite preghiere, spiccando ordini ad ogni momento, facendo correre per la casa i domestici a frustate frenetiche di campanello. Era un saltar su e giù di costoro per le scale, uno sbatter usci, un chiamarsi, uno sgridare, un ridere e un imprecar sommesso. Le finestre che guardavano il cortile funesto furon tutte chiuse subito, anche perchè non si udissero strillare le figlie della morta; pure un triste odor di cloro spirava già per la casa, copriva già nella camera della contessa il delicato profumo di Vienna ch'era come l'aura sua.

— Dio mio! — diss'ella rabbrividendo come se avesse odorata la morte. — Adesso m'ammorbano tutto. Presto nei bauli, presto nei bauli! E chiudere subito! Io muoio se porto via quest'odore. Non sanno che il cloro è inutile? Che brucino, che brucino tutto! Il padrone lo manderà via, il gastaldo, se trafugherà qualche cosa.

— Hanno già bruciato, contessa — disse una cameriera. — Il medico ha fatto bruciare lenzuola, coperte e pagliericcio.

— Ci vuol altro! — replicò la contessa.

In quel punto il conte, sbarbato e vestito, fece irruzione in camera e prese a parte sua moglie.

— Cosa facciamo di questa gente? — diss'egli — Io non posso mica farli viaggiar tutti.

— Quel che vorrai — rispose la contessa. — Mandali via. Qui in casa non ci resta nessuno di sicuro. Non voglio mica che prendano il colèra e che poi mi si appestino le camere col cloro e mi si bruci Dio sa quanta roba, perchè quando si tratta dei signori...

Il conte era arrabbiato di aver ceduto, adesso.

— Bella figura — diceva — che si fa. È una vigliaccheria, una vergogna di scappare a questo modo!

— Ecco — rispondeva la contessa — come siete voialtri uomini! Il comparir forti, il comparir coraggiosi vi preme più che la salute e la vita della vostra famiglia. Avete paura di perdere la popolarità! Non la vuoi perdere? Fa chiamare il sindaco e offri cento lire per i colerosi.