Egli proponeva allora di rimaner solo mentre lei partirebbe col bambino, ma non sapeva star fermo.

Intanto i bauli si empivano. I giocattoli del bambino, i suoi vestitini più eleganti, il laudano, i libri di preghiere, gli opuscoli del dottor Tunisi, il costume da bagno, alcuni gioielli, la carta cifrata, le pellicce, le biancherie, molto del superfluo e poco del necessario, tutto era gittato dentro alla rinfusa. E poi i bauli, con grandi sforzi, si chiusero: e poi la contessa, seguita dal conte che dimostrava il più grande ardore di fare qualche cosa e non faceva niente, percorse tutta la casa aprendo cassettoni ed armadi, guardandovi dentro per l'ultima volta, chiudendo tutto a chiave di sua mano. Il conte dichiarò che sarebbe stato necessario di prendere qualche cibo prima di partire.

— Sì, sì, — diss'ella con ironia — prender qualche cibo! Adesso vi dirò io cosa prenderete!

E raccolti in una stanza suo marito e tutti i domestici, anche quelli ch'erano mandati alle case loro in licenza, perchè voleva il bene di tutti, li costrinse a prender dieci goccie di laudano per ciascuno. Il bambino ebbe del cioccolatte.

Finalmente la carrozza venne di gran trotto, dalla parte del giardino, a fermarsi davanti alla villa. Prima di scendere, la contessa, ch'era molto pia, si ritirò nella sua camera per un'ultima preghiera. Presa una sedia, v'inclinò su la persona chiusa in un costume attillato di flanella bianca, congiungendo sulla spalliera i guanti neri ad otto bottoni, coperti, al polso, di cerchi di platino e d'oro, alzò al cielo la penna del cappellino di velluto nero e gli occhi fervorosi, battè frettolosamente ed a lungo le labbra. Non disse al Signore una sola parola per le miserabili creature che avevano perduta la madre, nè perchè il colèra risparmiasse le rudi vite incatenate nello stento alla terra potente che le aveva dato la sua villa, i suoi gioielli, i suoi abiti, il suo profumo di Vienna, le sue raffinatezze, il suo orgoglio, suo marito e suo figlio, il suo comodo Iddio. Non pregò neppure per sè. Ella, che vedeva già sè e i suoi colpiti dal colèra in viaggio, non volle pregare per sè e dimenticò di pregare per suo marito. Pregò per il bambino, si offrì per lui. Veramente le sue labbra non dicevano che de' Pater, degli Ave e dei Gloria; ma Tanima sua era tutta nel bambino, nell'orrore che potesse essere colpito lui, nel desiderio intenso che non soffrisse neppure di questa partenza affrettata, di questo viaggio ancora ignoto, che non perdesse nè l'appetito nè il sonno, nè l'allegria, nè i colori, che le riuscisse di tenergli nascosto ogni aspetto del dolore e del terrore altrui.

Si fece in furia il segno della croce, mise un grande mantello grigio e andò a chiudere l'unica finestra rimasta aperta. Il vento mattutino inclinava e cangiava davanti alla villa l'erbe mature del prato, corso da grandi ombre di nuvole, batteva le pioppe luccicanti del viale d'entrata. La contessa che lo stimava pieno di tradimenti, non ebbe uno sguardo di rimpianto per la pacifica scena famigliare a lei dall'infanzia; chiuse e discese.

Presso allo sportello delia carrozza, il Sindaco parlava col conte.

— Viene di là? — diss'ella indietreggiando.

Udito che veniva di casa sua, inveì contro di lui che non aveva saputo tener lontano il male. Egli sorrideva e si giustificava, ma la signora rispondeva confusa: — Niente, niente; — e si affrettò a salire in carrozza col bambino.

— Hai dato? — diss'ella sottovoce a suo marito, quando egli pure fu a posto. Questi accennò di sì.