— A Lugano! Quanto?
Arrossì leggermente anche lei parlandomi italiano. Era un tal piacere di guardarla, mentr'ella stessa mi guardava arrossendo, che stetti un bel po' senza rispondere. Poi dissi in fretta e a caso: — Cinquanta centesimi.
— Quanto ha detto? — le chiese suo padre. — Dite ch'è troppo, Harriet.
— Ma non è troppo, papà, è un'inezia. — È meno che mezzo scellino.
La compagnia s'imbarcò e se mi fu poco piacevole di urtar su a bordo il signore dal naso rosso, ebbi però il compenso di sentire per un momento la mano fine di miss Harriet nella mia. L'altra ragazza saltò nella barca senza l'aiuto di nessuno.
Il lago era liscio come uno specchio. Dal Cavallino a Lugano si può andar bene in mezz'ora, ma io confesso che non avevo fretta. Nessuno faceva attenzione a me e potevo guardare miss Harriet a mio agio. Mi pareva essere già innamorato di lei, mi pareva che si potesse remare un mese per mettere una parolina in quel piccolo orecchio roseo e venire ascoltato; un anno per posare un bacio su quella delicata guancia e non venir respinto; la vita intera per aver un tocco di quelle labbra fini e poterlo rendere.
— Povero me! brontolò il vecchio signore, mentre io ero sprofondato in questa proporzione geometrica.
— Credo che arriveremo a Lugano domani. Dite a quel poltrone di ragazzo che remi più forte, Harriet.
Miss Harriet rispose con mio gran piacere che il lago era così delizioso e che Lugano era noiosa. Poi mi domandò il nome dell'ardito picco dirupato sopra la Valsolda.
— Picco di Cressogno — risposi.