— Seriissimo, signor mio, — fece Molesin, intingendo un baicolo nel caffè. — Domanda se è serio! — soggiunse con un ghigno sarcastico, parlando, per un momento, al suo baicolo. — Benedetto, dico, — riprese voltandosi a me, — vuole che gli parli di un compratore da burla? Cosa si sogna?
— Ah cane! — mi dissi nel cuore; e replicai forte:
— Sarà un'ubbìa, ma Lei deve condurmi fuori Porta Codalunga dal signor Zonca.
Molesin si rabbonì subito, disse ch'erano passi inutili, che però, se si trattava solamente di questo, m'avrebbe accontentato e volentieri. Pagò con tutta flemma il suo caffè e si alzò.
— Andiamo, — diss'egli. — Dopo tutto ho piacere che Lei parli col signor Zonca.
Guardò l'orologio e soggiunse:
— Adesso lo troviamo di certo.
— Diavolo! pensai. Sta a vedere che c'è davvero questo Zonca! Che bestia sarei stato! — Ma l'amico Molesin uscendo dal caffè voltò verso Santa Sofia.
— Per di qua? — esclamai. — Mi rispose, senza scusarsi affatto, che doveva passare un momento da casa sua per avvertire di ritardare il pranzo. Erano le tre e mezzo e sua moglie mi aveva detto che pranzavano alle sei. — Cane, cane, — gli dissi ancora nel mio cuore, sentendo che lo riafferravo; e mi preparai al colpo ch'egli tenterebbe per sgusciarmi di mano.
Avrei voluto salir le sue scale con lui ma non seppi trovar un pretesto plausibile e mi fermai sulla porta chiedendomi se il furfante non approfitterebbe di qualche maledetto scalino rotto per ammaccarsi una gamba o due e mettersi a letto. Dopo cinque minuti, non sentendo venir nessuno, salii. Non ero ancora a mezzo quando udii Molesin discendere brontolando: che fatalità, che fatalità!