Qui il sior Toni fece portare un altro mezzo litro onde venir a capo delle ragioni per le quali il conte Dalla Costa non voleva dar la figlia al tenente. Il suo compagno incominciò a dirgli che quanto al turco aveva scherzato e che Paribelli era un ottimo cristiano. Soggiunse poi che il conte aveva una debolezza, una malattia nervosa per cui non poteva veder piume sui cappelli della gente. Era una vera disgrazia per la famiglia Dalla Costa e per la contessina non men che per il regio corpo dei bersaglieri.
«Fiol de to mare d'un mestro» pensò il sior Toni, «goi po tanto un muso da macao?» E disse forte:
«Bela, po».
Sin da quando la contessina Nana lo aveva incaricato di raccontare storielle alla zia, era balenato al vecchio un sospetto, non certo del vero, ma di qualche trama, di qualche occulta complicità del nuovo venuto col terribile tenente Paribelli. Ora se ne persuadeva sempre più, e oltre al resto, gli bruciava un poco d'essere stato giuocato dalla contessina. Centellinando il vino, parlando, quasi, fra sè e sè, si mise a commiserare la ragazza, benchè a lui, veramente, non paresse tanto innamorata; tutt'altro! «Perchè?» esclamò il suo compagno, preso all'improvviso. Il sior Toni lo guardò sorridendo col bicchiere in mano. «Gnente po, sala» diss'egli. «Idee». Soggiunse piano che se si fosse trattato di renderla felice, avrebbe fatto qualunque cosa.
«Proprio?» gli chiese l'altro, sullo stesso tono.
«Proprio».
«Anche.... portare...»
Il sior Toni scosse leggermente le spalle e fece «peuh!» con la faccia espressiva d'uno che non trova poi tanto strano nè tanto difficile ciò che gli è proposto.
Il suo compagno lo fissò in viso. L'uomo gli pareva molto fino. Susurrò: «Non avrebbe scrupoli?»
«La diga; xelo proprio un galantomo?»